Cresce il numero degli stranieri che vuole studiare l’italiano

Gli stati generali della lingua di Dante a Firenze con Renzi e Giannini Dal cibo all’automobile è diventata sinonimo di eccellenza e qualità

Quando Irene Mastrangeli inizia a cantare tutto il pubblico presente nella Sala dei Cinquecento di palazzo Vecchio a Firenze si alza in piedi. È normale che sia così: sta per cantare l’Inno di Mameli, il pubblico è pronto a seguirla nelle strofe e anche a battersi la mano sul petto ma quando nella Sala si sentono le prime note di chitarra e poi la voce di Irene, restano tutti in silenzio, sorpresi, disorientati. È l’effetto che riesce sempre a creare questa donna a cui un giorno il Consolato Generale d’Italia a New York chiese di cantare l’inno e da allora l’ha avuta come ospite fissa nella gran parte delle occasioni ufficiali per la sua capacità di trasformare il brano di Mameli in un pezzo pop che entra nella testa di tutti, uno di quei motivi che ti porti dietro per una giornata intera canticchiandolo quando meno te l’aspetti.

Inizia così la seconda edizione degli Stati generali della Lingua italiana nel mondo, con la voglia di guardare all’italianità con occhi nuovi, più pragmatici e meno solenni. Nessuno fa a meno di ricordare che l’italiano è la lingua di Dante e lo ripetono in tanti: dal Sommo Poeta arrivano almeno 7 parole su dieci che pronunciamo. Ma anche partendo da Dante bisogna raccontare che nell’ultimo anno 600 mila persone in più nel mondo hanno deciso di imparare questa strana lingua, un aumento del 35% che ha portato il numero degli studenti all’estero a quasi due milioni e 300 mila. Nel 2014 l’italiano è stata la quarta lingua più studiata al mondo, ed era la seconda solo due anni prima. È la seconda nel’ambito dei marchi e negli scaffali dei supermercati di cinque continenti le parole italiane sono la maggioranza.

«L’italiano è la lingua dell’arte, della cibo, della musica, della cultura, della bellezza», spiega Lucia Pasqualini, responsabile della promozione della lingua italiana nel mondo per il ministero degli Affari Esteri. «A volte abbiamo un atteggiamento provinciale nei confronti della nostra lingua, senza renderci conto che si tratta di una lingua che è sinonimo di eccellenza e qualità».

Alcuni però lo hanno capito, in particolare nel mondo delle imprese. Olivier François, direttore marketing del gruppo Fca, mostra gli spot realizzati per il mercato statunitense. Per vendere le auto da New York a Seattle «mi sono affidato all’italianità» spiega. E che cosa rappresenta meglio l’italianità del mare e delle terrazze di limoni della Costiera Amalfitana e di canzoni come Volare? Lo spot è stato un successo. Ha puntato sull’italianità anche Andrea Illy, presidente di Illycaffè e di Altagamma, ma su quella di Firenze e della che la rappresentano «molto più di altri nomi di regione».

Al gruppo San Pellegrino, infatti, è bastato usare la parola «Toscana» per far registrare un aumento del 14% delle vendite negli ultimi 18 mesi, ha rivelato Clement Vachon, direttore delle comunicazioni e relazioni internazionali del gruppo. «Abbiamo fatto una ricerca globale su dieci Paesi due anni e mezzo fa – spiega – ed è venuta fuori non solo l’evocazione di valori positivi, ma è emerso che i consumatori mondiali erano disponibili a pagare il 9% in più su un prodotto che riportasse la dicitura Toscana».

Una realtà che il presidente del Consiglio Matteo Renzi conosce bene, e punta moltissimo su un’alleanza tra «grandi aziende, grandi realtà cinematografiche, le grandi realtà della cultura e della comunicazione» per la diffusione della lingua e della cultura italiana e assicura pieno sostegno del governo e finanziamenti. «I soldi ci sono», promette.

Conclusione? Promuovete i vostri prodotti in italiano, consiglia l’esperta di comunicazione Annamaria Testa. «L’italiano come lingua che testimonia la provenienza italiana dei prodotti da sempre vale per collocare i prodotti nella fascia superiore di prezzo e qualità percepita. Ma il problema è che magari lo sanno le aziende straniere che fanno finti prodotti italiani per venderli meglio». E, quindi, basta con gli slogan in inglese. «Un’abitudine stucchevole» e – conclude – «non si capisce perché».

(La Stampa- 18 ottobre 2016)

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Allarme lingua italiana. Ecco come sta cambiando ed i consigli per un uso corretto

tratto da Libreriamo

MILANO – Introduzione di nuove parole come “twittare, taggare, spoilerare”, uso sempre meno frequente della punteggiatura, con conseguenza che gli italiani sono gli ultimi per capacità di comprensione di un testo. E’ questo in sintesi lo stato della lingua italiana secondo il professor Claudio Marazzini, linguista, saggista e presidente dell’Accademia della Crusca. Con l’uso sempre più frequente dei social e dei mezzi di comunicazione istantanea, mai come nell’ultimo periodo la lingua italiana è in continua e costante cambiamento. Tutto ciò rappresenta un pericolo o un’opportunità per la nostra lingua italiana? Ce lo spiega il presidente dell’Accademia della Crusca in questa intervista, in cui fornisce anche i suoi consigli per un uso corretto dell’italiano.

Come si sta evolvendo la lingua italiana oggi?
Si sta compiendo il processo finale che si è avviato con l’Unità politica d’Italia, dal 1861 in poi: la lingua della letteratura ha dovuto fare i conti con le necessità di un popolo reale, con la burocrazia, con la conversazione ordinaria, con gli usi familiari e anche aberranti o locali. Inoltre ora agisce con molta forza il confronto internazionale, che si manifesta (da noi come altrove) in un profluvio di anglicismi. Le forme colloquiali e informali sembrano spesso più gradite al pubblico, anche perché il livello culturale degli italiani è in genere piuttosto basso, e il livello basso si unisce a una forte mancanza di autocritica. I modelli televisivi agiscono con prepotenza.

Facebook, Twitter e gli altri social. Quali nuove parole sono entrate nell’utilizzo comune a causa dei social network?
Twittare, taggare, spoilerare, hashtag… però restano per ora parole confinate in un uso piuttosto limitato e riguardano fasce di parlanti di età ben definita. Prenda una parola come hashtag: credo che la sua fortuna sia legata anche alla corsa dei giornalisti, in particolare di quelli televisivi, che sfruttano queste novità in maniera molto intensa. Invece le novità più durature sono altre, per esempio lo spazio sempre maggiore della colloquialità informale, che ha riflessi anche nella sintassi.

Quali sono i cambiamenti e le evoluzioni dal punto di vista sintattico invece? Penso ad esempio ad un sempre meno frequente utilizzo della punteggiatura nei lunghi periodi, dovuto ai nuovi mezzi di comunicazione istantanea…
La punteggiatura non è ancora la sintassi. La punteggiatura segna più o meno bene la sintassi, ma la sintassi è qualche cosa di più astratto e di meno convenzionale. Non c’è dubbio su quello che lei dice: la punteggiatura tende a diminuire nell’uso dei poco colti e anche dei medio-colti; dilaga la virgola tra soggetto e verbo, spariscono i segni di punteggiatura intermedi, per esempio il punto e virgola, perché l’utente estremizza, e non trova spazio per inserire nulla che si collochi a metà tra il punto e la virgola; lo scrivente medio concepisce solo la pausa forte e la pausa debole: insomma, semplifica a oltranza, in modo rozzo. La punteggiatura, dunque, segnala un problema di sintassi, perché non viene più usata per segnare la sintassi nella sia articolazione, ma serve solo per andare a orecchio con pause più o meno probabili.

Con l’uso sempre più frequente dei social e dei mezzi di comunicazione istantanea, mai come nell’ultimo periodo la lingua italiana è in continua e costante cambiamento. Un pericolo o un’opportunità per la nostra lingua oggi?
Entrambe le cose. Dipende dal livello dell’utente. Abbiamo sempre la spada di Damocle del famoso rapporto PIAAC 2014, quello che rivela la terribile verità: gli italiani sono gli ultimi per capacità di comprensione di un testo, almeno considerando i cittadini dei i paesi OCSE sottoposti all’inchiesta. Non è un bel primato, le pare?

Quali sono, infine, i suoi consigli per un uso corretto dell’italiano oggi?
Cercare di diventare colti. Non considerare la scuola solo un luogo di svago e non ritenere l’italiano solo un impiccio. Non sopravvalutare la conoscenza turistica (cioè bassa) di qualche lingua straniera, credendo che un po’ di inglese sia la panacea. Leggere, soprattutto leggere: perché gli italiani non leggono mai, e soprattutto non leggono mai libri seri.

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Come diventare italiani in 10 tappe ( un punto di vista…)

Le caratteristiche degli italiani… tra luoghi comuni e fatti meno noti!

 

1. Una ne pensa, cento ne fa

Al verificarsi di un problema inaspettato, gli italiani cercano sempre una soluzione alternativa, anche non avendo a disposizione tutti gli elementi necessari a risolvere la situazione. Siate creativi, quindi, non fermatevi mai di fronte alle difficoltà. E non dimenticate di mettere la ciliegina sulla torta con un bel sorriso smagliante!

2. Come su una pista di Formula Uno

Cercate di andare ad una velocità sempre leggermente superiore a quella consentita, suonate il clacson più che potete, perdete la pazienza con i pedoni e litigate con veemenza con gli altri automobilisti per parcheggi e precedenze. L’italiano medio, al volante, non è proprio docile.
E visto che prima si parlava di creatività… se il parcheggio non c’è, provate a inventarvelo.

3. Parlate anche con le mani

Non è uno stereotipo, gli italiani amano davvero sottolineare tutto quello che dicono con l’accompagnamento delle mani. È come avere tre interlocutori anziché uno solo!

4. Come una canzone

La lingua italiana è come una canzone.
Iniziate a “cantare”, alzando leggermente il tono e aggiungete musicalità alle parole con una cadenza particolare o una modulazione della voce.

5. Poliglotti nell’anima

Come? Non lo sapevate? Tutti gli italiani si credono poliglotti! Quando si trovano all’estero, infatti, parlando a voce altissima e sottolineando tutto con i loro caratteristici gesti, riescono quasi sempre a farsi capire! Ovviamente, conoscere davvero le lingue è un altro paio di maniche…

6. Seguite le mode

Se c’è una cosa su cui gli italiani non sono disposti a scendere a compromessi è lo stile. Alcuni dicono che anche gli italiani peggio vestiti siano comunque vestiti meglio di qualsiasi altro straniero vestito di tutto punto.
Che ci volete fare? Il gusto… è innato!

7. Protestate su tutto ma poi… dimenticatevene

Gli italiani tendono a lamentarsi di tutto, si indignano e prendono fuoco per gli argomenti più disparati, sono pronti a fare scioperi e manifestazioni e poi… il giorno dopo succede qualcos’altro e si dimenticano completamente su che temi stavano pontificando fino a qualche ora prima!

8. La mamma e la nonna

La mamma e la nonna di ogni italiano sono, indiscutibilmente, le migliori cuoche esistenti al mondo.
Questi esemplari femminili, inoltre, sono constantemente preoccupati che non stiate mangiando abbastanza: ecco perché, ad un tipico pranzo italiano, sarete costretti a servirvi almeno tre porzioni.
Mai mettersi a litigare su questo argomento. Non è contemplata l’esistenza di uno spazio di discussione.

9. La critica solidale

Gli italiani sono in prima linea quando si tratta di criticare l’atteggiamento dei propri connazionali, la politica o qualsiasi altra cosa riguardi il loro paese. Se però a muovere la critica è qualche straniero… apriti cielo. Bastano pochi secondi per diventare convinti nazionalisti patriottici.

10. Le regole sul cibo

Attenzione a quello che fate quando si tratta di cibo: i veri italiani non usano il cucchiaio per mangiare gli spaghetti, non bevono il cappuccino dopo pranzo e mai e poi mai utilizzerebbero un ottimo pesto genovese come salsa per un banale sandwich!
Se volete conquistarli e comportarvi come loro, cominciate ordinando subito un bel caffè al banco.

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Dimmi che lingua parli e ti dirò come piangerà tuo figlio

Il vagito del neonato è influenzato dal linguaggio della madre. Le lingue tonali come il cinese danno vita a pianti più melodici e fluttuanti rispetto a quelle dure come il tedesco.

Tale madre, tale figlio. Anche nel pianto. Un team di scienziati ha scoperto che ibebè fin dai primi vagiti emessi alla nascita sono influenzati dal linguaggio della mamma. Tanto che il pianto dei piccoli cinesi suona diverso rispetto a quello dei «colleghi» tedeschi. Tutto dipende dalle differenze fra le due lingue. A descrivere società «poliglotte» fin dalla nursery dell’ospedale sono gli studi condotti da un team internazionale di scienziati sotto la guida dell’università Julius-Maximilians di Würzburg.

Anche il pianto dunque non è una lingua universale. Le differenze, hanno constatato gli autori dei lavori pubblicati sulle riviste «Speech, Language and Hearing» e «Journal of Voice», spiccano in maniera chiara se si mettono a confronto neonati di diverse etnie e in particolare se si prendono come metro di paragone le lingue tonali che alle orecchie di un europeo possono apparire strane. Come il mandarino, la lingua ufficiale della Cina. Diversamente per esempio dal tedesco, il significato delle parole nelle lingue tonali è determinato anche dal tono – basso, alto o fluttuante in un modo specifico – con cui una stessa sillaba viene pronunciata.

Un altro complesso linguaggio tonale è il lamnso, parlato dagli Nso, una popolazione dell’Africa centrale che vive nel nord-ovest del Camerun in villaggi di alta montagna.

Gli esperti si sono chiesti se queste differenze linguistiche emergessero anche dal primo pianto dei piccoli. Il risultato delle loro ricerche suggerisce che è così. «Il pianto dei neonati le cui madri parlano una lingua tonale è caratterizzato da una variazione melodica significativamente più alta rispetto, per esempio ai bebè tedeschi», spiega Kathleen Wermke (università di Würzburg), autrice principale dei due studi.

In particolare, continua la scienziata, i neonati di Nso (ne sono stati esaminati 21) in Camerun hanno mostrato non solo un intervallo più ampio fra il tono più alto e quello più basso, ma le brevi discese e risalite di tono durante l’espressione dei vagiti erano più intense rispetto ai neonati di madrelingua tedesca. «Il loro pianto suonava più come un canto», dice Wermke per descrivere questo effetto. Gli stessi risultati, seppur in misura leggermente inferiore, si sono osservati con i 55 neonati di Pechino esaminati nelle loro espressioni spontanee di pianto.

Per gli scienziati questo dimostra che «i primi “mattoni” per lo sviluppo della lingua futura vengono posati già dal momento della nascita, e non solo quando i bambini cominciano a balbettare, o a produrre le loro prime parole».

Avendo avuto ampia opportunità di conoscere la loro lingua nel grembo materno durante l’ultimo trimestre della gravidanza, i neonati presentano nel loro pianto caratteristici modelli melodici influenzati dal loro ambiente, e per la precisione dalla lingua parlata dalla madre.

Dal punto di vista degli esperti, i risultati di questi studi contribuiscono a una migliore comprensione dei fattori essenziali che influenzano le prime fasi di sviluppo del linguaggio. E allo stesso tempo migliorano la possibilità di identificare indicatori precoci che forniscano informazioni attendibili su eventuali disturbi dello sviluppo su questo fronte.

 

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La ludolinguistica può essere utilizzata in chiave interculturale? Lo chiediamo al suo fondatore, il professor Anthony Mollica

Anche quest’anno dall’11 al 15 luglio il fondatore della ludolinguistica nell’insegnamento della lingua straniera/seconda, il professor Anthony Mollica della Brock University di St. Catharines in Canada, terrà un corso articolato in lezioni e seminari presso l’Università per Stranieri di Siena. Si tratta della nona edizione di un appuntamento che si ripete ormai una volta o due volte l’anno dal 2010.  Anche in questa circostanza ne abbiamo approfittato per contattarlo e intrattenerci piacevolmente con lui sulla ludolinguistica.

Professor Mollica, quali saranno le novità del corso di quest’anno?

La novità di quest’anno è che ad aprire il corso sarà il giocologo Ennio Peres. Ci sarà, inoltre, più approfondimento dell’insegnamento della grammatica attraverso la ludolinguistica e vi saranno anche attività di scrittura creativa. Quest’anno voglio poi introdurre anche il tema dell’umorismo. Come negli anni precedenti tutti i corsisti avranno un cd delle attività svolte durante l’intera settimana, ogni studente produrrà quindi la sua attività ma tornerà a casa con una raccolta di lavori pari al numero dei partecipanti, attività che possono essere direttamente proposte in classe. Il lavoro di gruppo sarà come sempre la chiave di tutte le giornate del corso. Si partirà con la teoria per poi entrare direttamente nelle attività laboratoriali. Come dico sempre non voglio dare solo pesce ma insegnare anche a pescare. Si tratta di dare agli studenti i cosiddetti ferri del mestiere.

Gli stessi ferri del mestire di cui vuole dotare gli insegnanti che partecipano al suo corso, del resto, sono progettati per rendere autonomi i loro stessi studenti. Non sempre, tuttavia, gli ambienti scolastici lasciano spazio per questo tipo di approccio.

La parola chiave come sempre è “motivazione”. Come ha ben detto Paolo Balboni in una pubblicazione con Bonacci “non c’è acquisizione senza motivazione”. Quanti di noi hanno seguito corsi all’università non perché ci piaceva la materia ma perché eravamo entusiasmati dal docente? Bisogna creare in classe un senso di aspettativa, avere la capacità di offrire varietà ai propri studenti. La ludolinguistica non dispone di un impianto teorico molto articolato, eppure ha la capacità di entrare in classe in modo molto efficace e rapido. Il suo successo dipende dal fatto di offrire attività didattiche che l’insegnante può utilizzare il lunedì mattina in aula. Le attività proposte sono sempre creative e motivazionali.

A questo proposito proprio Peres in una delle sue interviste dice che “il gioco è un ottimo mezzo per mostrare come il vero fine della matematica sia scoprire le regole su cui si basa il gioco della vita”. Possiamo dire che l’approccio ludico può formare persone capaci di imparare in generale, insomma una via per “imparare ad imparare” attraverso il divertimento?

In italiano abbiamo un proverbio che funziona bene: il mondo è bello perché è vario. Come le dicevo, la varietà delle attività proposte e il coinvolgimento dello studente sono due elementi assolutamente necessari se vogliamo che gli studenti che imparano l’italiano rimangano nei nostri corsi. Questo discorso vale poi naturalmente non solo per la lingua ma per l’apprendimento in generale.

Quanto è importante l’aspetto strettamente ludico?

Provi ad andare alla prima edicola nelle sue vicinanze e a contare quante pubblicazioni sui giochi siano disponibili. Le comprano tutti: giovani, adulti e anziani. Recentemente sono stato a Imola a cena da amici, a casa di un’ex insegnante di scuola elementare, la signora Elena Costa, oltre ad essere una bravissima cuoca, è un’affezionata lettrice della Settimana Enigmistica. A cena sono stati serviti piatti esclusivamente della cucina romagnola. Il problema è stato che per poter passare da un piatto all’altro bisognava prima risolvere un’attività di ludolinguistica. Le attività – con il menù e la lista dei vari vini – abilmente preparate dalla stessa signora Elena, da suo figlio Enrico e da Monica Gardenghi, si basavano sul mio Ludolinguistica e Glottodidattica. Prima di iniziare con l’antipasto bisognava risolvere un rebus, dopo l’antipasto un indovinello o un engima, dopo il primo c’era un anagramma, e via discorrendo. È stata una serata piacevolissima e indimenticabile.

Immagino sia riuscito a mangiare tutto.

Sì, sono arrivato in fondo.

Anche in chiave interculturale il gioco diventa un linguaggio comune.

In questo senso mi interessa sottolineare come la ludolinguistica rappresenti una risposta di carattere eminentemente pratico alle dinamiche interculturali. Io non ho trovato ancora un manuale pratico che mi dica cos’è esattamente la didattica interculturale e quali siano gli strumenti pratici per attuarla. Uno dei primi a scrivere di comunicazione interculturale fu Nelson Brooks negli anni 60, potrebbe essere una lettura interessante per chi volesse approfondire la questione partendo da questa intervista. Tuttavia, gli approcci teorici all’intercultura non è che mi abbiano poi convinto molto. Lingua e cultura sono sempre inseparabili. Nei miei laboratori, ad esempio, suggerisco sempre di osservare le differenze tra connotazione e denotazione delle parole.

Può spiegarci meglio questo passaggio sulla denotazione e connotazione delle parole con degli esempi?

Facciamo un esempio molto semplice. Prendiamo la parola francese “pain” e quella inglese “bread” significano pane tutte e due e dal punto di vista della denotazione sono assolutamente uguali. Se le analizziamo dal punto di vista della connotazione, invece, queste due parole sono completamente differenti. Il pain francese si spezza con le mani, si porta sotto il braccio, si mangia con prodotti tipici, porta dietro dei profumi e dei rituali tipici della sua terra. Il bread americano, invece, è già tagliato a fette, ha una consistenza completamente diversa, si mangia in maniera totalmente diversa rispetto al “pain” francese. Il pensiero, le sensazioni, le associazioni che sono dietro a queste due parole sono culturalmente diverse, non basta dare agli studenti la traduzione della parola ma dovremmo sollecitare la curiosità di scoprire le diverse sensazioni nel magiarlo mangiarlo. Un altro esempio: una parola nella lingua madre può avere la stessa denotazione della lingua target, ma nella lingua target la connotazione può essere completamente diversa. Prendiamo, ad esempio, la voce “università”. Lo studente nordamericano, abituato a frequentare i corsi in una “university”, intesa come vasto campus, con grandi spazi coperti di verde, ampi ed estesi parcheggi, si trova a frequentare in Italia i corsi in una “università” che ha imponenti e magnifici edifici spesso situati nel centro storico della città e quindi, necessariamente, con spazi ristretti anche se l’atmosfera dell’ateneo promuove un ambiente positivo e accogliente.
I linguisti americani hanno scritto moltissimo sulla cultura, segnati dai tempi della guerra

Quindi non ci può essere scoperta della lingua se non si scopre la cultura?

Insegnare la lingua e parlare di cultura sono due cose inscindibili. Basta partire pensando alle cose più semplici come ad esempio la prossemica nel salutarsi, prima di sapere quali parole usare per salutarsi dobbiamo sapere se dobbiamo darci la mano o fare altro.

Prevede l’uscita di qualche nuovo lavoro?

Sto lavorando con varie colleghe ad una collana, i Quaderni di ludolinguistica che usciranno in autunno. In collaborazione con Caterina Braghin sto lavorando al quaderno che riguarda le interviste impossibili, con Silvia Gian sui contrari, sulla contestualizzazione dei modi di dire con Edvige Costanzo e Simonetta Rossi e con Paola Begotti stiamo invece producendo attività ludiche ed esercizi sul congiuntivo.

Lavori che riguardano più strettamente il discorso sull’intercultura?

Sto per completare un dizionario dei modi di dire. La spinta è nata dall’aver notato che i dizionari che riportano anche i modi di dire li riportano in maniera totalmente decontestualizzata. Lo sforzo che invece sto facendo è proprio quello di fornire a chi consulta il dizionario principalmente il contesto d’uso del modo di dire in modo da rendere la comprensione immediata e da trasmettere anche un modo di esprimersi che nasce dal modo di pensare di una cultura. In italiano, ad esempio, diciamo che una cena mi è costata l’occhio della testa, mentre in inglese ci sarebbe costata una gamba e un piede (an arm and a leg). Questo dizionario sarà una raccolta di modi di dire per esprimersi meglio!

Pensa che i modi di dire possano essere utilizzati dagli studenti da un certo livello di competenza in poi? Si tratta di elementi della lingua difficili da apprendere?

Assolutamente no, credo che possano essere appresi e utilizzati anche dai principianti

Come si può utilizzare il gioco per insegnare le grammatica?

La parola chiave è scoprire. Attaverso il gioco si scopre tantissimo. Premesso che il gioco favorisce innanzitutto la creazione di rapporti personali, l’amicizia e il lavoro di gruppo, va rimarcato il fatto che quando lo studente gioca spesso non mette a fuoco che si tratta di un gioco. Sta giocando, ma in realtà sta soprattutto imparando. La frase “giocando si impara” usata da molti riflette in realtà un’impostazione metodologica molto precisa.

Come si può ad esempio insegnare il congiuntivo attraverso la grammatica, ci può fare qualche esempio concreto?

Nel mio saggio, Salviamo il congiuntivo!, ad esempio, ci sono tre attivitá proposte, attività di ludolinguistica che precedono gli esercizi sul congiuntivo. Risolvendo le attività ludiche proposte lo studente ricava la regola del congiuntivo e tutte le situazioni in cui è utile utilizzarlo. Lo studente scopre la regola giocando e poi continuando a giocare la applica e la esercita. Nel saggio inoltre parlo del congiuntivo ponendo la questione del suo mancato uso, ma l’ho fatto in modo da creare una complicitá intellettuale con il lettore, che dietro le parole scritte potrà trovare un riassunto delle regole d’uso del congiuntivo stesso.

Professore, grazie mille per il tempo dedicatoci e arrivederci a Siena a luglio.

Io sarò non solo a Siena ma mi piacerebbe prossimamente programmare un viaggio in Europa, cercherò di pensare ad un itinerario che possa comprendere varie tappe che preveda un tour di conferenze sulla ludolinguistica. Arrivederci e a presto.

Intervista a cura di Lua Albano

© Informalingua

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Un po’ di stranieri spiegano cosa li ha scioccati di più dell’Italia e della cultura italiana

Andare a vivere in un posto molto lontano da casa porta con sé una serie sforzi, tra cui quello di adattarsi alla cultura del paese ospitante. È di certo una cosa messa in conto, ma anche in un posto noto per la pizza, la moda e la tendenza a gesticolare eccessivamente può risultare un ostacolo difficile da superare.

Quell’ostacolo viene comunemente definito “shock culturale”, il senso di smarrimento causato da un improvviso cambiamento nel proprio stile di vita. Per quanto il termine possa sembrare negativo, si tratta semplicemente delle piccole, grandi cose che ci lasciano spiazzati davanti a ciò che non siamo abituati a vedere, mangiare, toccare, sentire e vivere in quel modo.

Per capire cosa ci sia di insolito in Italia per chi non è nato e cresciuto qui, abbiamo parlato con un po’ di persone emigrate dai vari angoli del mondo. La domanda che abbiamo posto loro è stata: “Qual è la cosa che ti ha scioccato di più delll’Italia quando sei arrivato?”

Della cultura italiana c’è una cosa che mi lascia perplessa ma al contempo mi riserva dei vantaggi: per gli italiani conta molto l’aspetto (di se stessi e degli altri). L’esempio più calzante è quando vado al supermercato sotto casa per prendere il latte o una bottiglia d’acqua—è buffo vedere come il personale mi tratti a seconda di come appaio quel determinato giorno. Se sono vestita per bene e truccata ottengo graziosi sorrisi (dalle donne), qualche buono (da entrambi i sessi) e anche degli “assaggini” (sicuramente dagli uomini). Ma se non sono in ordine, magari perché sono uscita solo per qualche minuto, il personale fa come se non mi avesse mai vista prima (e come se non avesse la minima intenzione di rivedermi), comportandosi come se dovessi essergli grata per aver ricevuto ciò che cercavo. Il lato positivo? Per le strade di Milano vedi sempre persone curate nell’aspetto — Mi Dong, Cina

Quello che mi ha impressionato maggiormente della cultura italiana quando sono venuto qua è stato l’attaccamento morboso di moltissimi miei coetanei verso la famiglia. In Albania, appena un ragazzo ha un lavoro se ne va di casa—non perché non vuole bene a sua madre e a suo padre, ma per una questione d’indipendenza. Mi ricordo ancora di quando vivevo da solo e di come un sacco di persone mi dicessero, “Ma sei così giovane, perché vivi da solo?” Avevo 22 anni e un lavoro. — Vasjon Hoxhalli, Albania

Va detto che quando mi sono trasferito qua dalla Polonia—quasi 11 anni fa—l’Italia era un altro paese e ora le cose sono cambiate molto. C’erano tante cose che mi sembravano atipiche, dalla distanza corporale con cui due persone si parlano all’importanza della pausa pranzo. Comunque sia la cosa che mi ha stupito di più era quanto poco comune fosse usare internet. Nel mio primo giorno all’Università di Pavia ho chiesto agli altri di scambiarci le mail per tenerci aggiornati su tutto ciò che riguardasse l’università. Ricordo perfettamente che una persona mi ha addirittura risposto di non avere un indirizzo e-mail o di persone che mi dicevano “Cioè ce l’ho una casella, ma non la controllo mai.” Altri ancora non avevano capito cosa stessi dicendo, forse perché allora parlavo solo in inglese. — Piotr Niepsuj, Polonia

Nel complesso gli italiani mi sono sempre sembrati molto caldi, cordiali ed entusiasti. Ciò che può lasciare perplesso uno “straniero” è la differenza nel modo in cui tendono a fare le cose. Molto spesso per esempio dicono ciò che l’ascoltatore si aspetta di sentirsi dire, piuttosto che la verità, nel tentativo di fargli un piacere. Ad esempio: se chiedi “Ce la faresti a consegnare il prodotto entro venerdì mattina?” magari ti dicono “sì” anche se è improbabile. Tralasciando questo, per noi stranieri il più grande dei problemi è l’assurda complessità della burocrazia italiana. Sono stato malato di cancro e in ospedale a un certo punto ero più preoccupato per i documenti e le ricette necessarie che della malattia in sé. — Rowland Jones, Regno Unito

La prima cosa a cui ho faticato ad abituarmi erano tutte le regole e gli orari che riguardavano il cibarsi: ti sei perso il pranzo, peggio per te, non sarà servito altro fino a cena. Vuoi un cappuccino dopo mezzogiorno? Non si fa. Inoltre se “infrangi le regole” e chiedi qualcosa, puoi benissimo beccarti un’occhiataccia o addirittura una risata in faccia. Un’altra cosa strana per me è stata l’amicizia tra uomini. Generalmente gli italiani cercano molto di più il contatto fisico quando si tratta di socializzare, ma penso che soprattutto i legami tra uomini siano forti ed espressi molto apertamente. Due amici che camminano per strada con un braccio sulle spalle dell’altro o un gruppo di ragazzi al ristorante di venerdì sera—sono cose che in Lituania non vedi, o per le quali lì verresti considerato poco mascolino. Trovo strane anche la frutta o la verdura impacchettate singolarmente al supermercato. Molto poco eco friendly! E i trentenni che non si trovano bene a vivere da soli (emotivamente e praticamente) perché è la prima volta che si allontanano dai genitori. — Dalia Dub, Lituania

“La frangia così non mi piace!” Quando ho sentito questa frase la prima volta sono rimasto a bocca aperta. Ho lavorato a lungo come parrucchiere in Giappone, ma non mi era mai capitato di sentirmi dire “non mi piace” in maniera così sfacciata. In Giappone tendono a dire “Sì va bene, a posto” con una faccia scontenta… Ma ecco, ti fanno capire che apprezzano comunque il lavoro. Invece i clienti italiani sono proprio diretti. Con il tempo ho imparato a conviverci, ma ricordo che inizialmente questo modo di fare mi ha spaventato e fatto sentire a disagio. — Shinichi Morita, Giappone

Dopo quasi sei anni in italia trovo ancora difficile decidere cosa mangiare a colazione. È una lotta, per me. In Libano siamo abituati alle colazioni abbondanti e sopratutto salate, e la modesta colazione italiana abbastanza dolce mi tormenta. Al di là di questo, dell’Italia mi ha stupito in positivo la normalità con cui si parla del fatto che sei al verde o che non puoi permetterti qualcosa in certi periodi. In Libano è spesso un tabù e una vergogna per tanti parlarne, sopratutto con gli amici.
Per contro, dopo tutto questo tempo a Milano mi trovo ancora davanti delle persone che mi chiedono se dalle mie parti si vive in tenda, ci si sposta con i cammelli o se addirittura abbiamo il gelato. Il vivere “in denial” e l’ignoranza sono a volte estreme. Si tende a stare nel proprio piccolo mondo ignorando quello che succede attorno oppure fregandosene. — Ali Kiblawi, Libano

Vivo in Italia da più di dieci anni. Per la maggior parte del tempo, è sempre stato un piacere. Amo avere accesso diretto a un dottore in caso di bisogno e amo non dover sottoporre il mio bambino ai metal detector e le esercitazioni anti-sparatoria di massa a scuola. Ci sono comunque cose che mi hanno lasciato a bocca aperta. Una delle prime è stato l’atteggiamento di alcuni italiani nei confronti dei turisti che visitano il loro paese. Ho sentito spesso lamentarsi del turismo e della gente che d’estate viene qua. Voglio dire, una buona parte del PIL è dato dal turismo. Cosa c’è da lamentarsi? Avevo un amico che diceva di voler diventare il David Letterman italiano e buttare giù un programma: “10 modi in cui l’Italia ti fotte la testa”. Ho sempre pensato che dieci fossero troppi. Ce n’è solo una che mi ha fottuto la testa: i segnali stradali. Può sembrare una cavolata, ma è assurdo pensare a tutti chilometri che facciamo in più perché le strade e le vie sono indicate male. È così assurdo da far pensare che l’Agip debba aver progettato questo sistema per succhiare un po’ di euro extra a ogni viaggiatore. E quando sei bloccato in strada e non sai dove andare, ecco la seconda cosa che mi ha fatto sempre strano: il clacson. — Jason Evers Johnson, Stati Uniti

All’estero non mancano gli stereotipi sulla burocrazia, la corruzione, il razzismo quotidiano e le tradizioni in fatto di famiglia e cibo, quindi molte delle cose che ho visto quando sono arrivato qua non mi hanno proprio scioccato. Ciò che mi ha stupito di più invece è una cosa che considero positiva: l’incoraggiamento alla diversità comportamentale. Sono cresciuto in un paesino con la mentalità conformista che è tipica della Scandinavia, spesso descritta come la Legge di Jante. In poche parole: devi per forza comportarti come gli altri. Se non lo fai è probabile che gli altri membri della comunità ti escludano, o comunque ti tengano d’occhio fino a quando fai un errore, per poi incolparti per la tua voglia di apparire diverso. Quindi è stata una grande sorpresa per me vedere come gli italiani spesso apprezzano la stessa diversità comportamentale che i norvegesi castigherebbero. — Dræge Jonas, Norvegia

Quando sono arrivato in Italia per studiare vivevo in una casa per studenti offerta dall’università. C’erano molti altri stranieri, ma anche italiani provenienti da tutta l’Italia. La prima cosa che mi ha colpito è stata la loro apertura nei miei confronti. Non ho percepito discriminazioni di alcun tipo—almeno non in casa. Anzi, molti dei ragazzi mi hanno aiutato a risolvere faccende burocratiche che da solo non avrei mai risolto. L’unica cosa che mi ha colpito veramente è stato il loro rapporto con la televisione. Avevamo una grande sala dove mangiavamo tutti insieme e a ogni pasto si guardava e commentava ciò che passava in televisione. Questa è una cosa che in Congo non esiste: durante i pasti ci si dedica alla famiglia, non ai programmi tv. C’era uno studente di Como che commentava ogni donna che vedeva in tv, faceva apprezzamenti sul suo fisico e spesso le definiva con termini dispregiativi. Da me questa immagine della donna in televisione non c’è e se c’è la si guarda senza commentare. — Martin Mbongo, Congo

Mi sono trasferito in Italia dall’Australia quando ero un bambino. Non erano grandi questioni che mi hanno colpito dell’Italia. Erano più cose banali, piccole ma al tempo stesso estremamente scioccanti. Per esempio, ero più che abituato a correre in giro dappertutto senza scarpe nell’emisfero australe. Quando lo facevo qua mi trovavo di fronte a espressioni di disgusto ed esclamazioni del tipo “Guarda che ti prendi i funghi!” O saltare in piscina o in mare prima di un esilio forzato di tre o quattro ore dopo un pasto—quella leggenda da dove è saltata fuori!? Col tempo, la cosa che mi ha colpito di più è stata la mancanza di consapevolezza dell’Italia nei confronti di slogan, testi di canzoni, parole inglesi. Mi ricordo ancora di una bambina, in quarta elementare, innocente, carina, con la testa piena di principi azzurri e film della Disney, che un giorno è arrivata in classe indossando una felpa arricchita dalla scritta ‘Fucking Bitches Club’. — Brendan Harvey, Australia

Avendo vissuto in altri due Paesi europei ero già preparata alle manifestazioni d’affetto in pubblico, all’acqua potabile e al non essere costantemente giudicata per il modo in cui mi vesto o comporto—se escludiamo il velo, chiaramente. Ma c’è una cosa che mi sconvolge dell’Italia, più dell’ossesione degli italiani per Hello Kitty (sul serio però, perché? Giuro che per un po’ ho addirittura dubitato fosse effettivamente giapponese): in Italia devi prendere un appuntamento per qualsiasi cosa. A volte in università mi è capitato di dover prendere un appuntamento per poter prendere un altro appuntamento. — Sidra Khan, Pakistan

(tratto dal Blog Vice)

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L’Italiano è la lingua della simpatia e della seduzione

Quarta lingua più studiata tra gli stranieri nel mondo, l’italiano è la lingua della relazione, che avvicina empaticamente e colpisce la sfera emotiva: pronunciato con la bocca sempre aperta, un po’ cantato e a voce alta, con le vocali prolungate accompagnate da inevitabili gesti con le mani

“L’inglese è una lingua che non si ama. Si usa”, scriveva il filologo americano Stuart B. Flexner. Cosa potremmo dire dell’italiano? “È una lingua che non si usa. Si ama”. O comunque non la si usa, ovviamente, come l’inglese. E perché la si può amare? Non solo perché è la lingua più seducente,  quella per “acchiappare”. Non solo perché è la lingua che dà accesso alla cultura italiana, alla musica, all’Opera, al cinema, alla letteratura, ad un’idea umanistica, incarnata nel Rinascimento, e pertanto universale. E neanche perché è quella del Papa. Fin quando il Papa si esprimerà in italiano, il futuro della lingua italiana è assicurato. Ma perché ,“banalmente”, è la lingua della simpatia.

E chi lo dice tutto ciò? Il nuovo presidente della Dante Alighieri: Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, storico della Chiesa cattolica, Ministro della cooperazione internazionale e l’integrazione durante il governo Monti.

Non solo, ma aggiunge, in una sua intervista per il quotidiano romano Il Messaggero, che si tratta di “una simpatia per l’Italia, per la sua cultura, la lingua, la musica, il design, lo stile, il modo di vivere italiani. Come spiegare, altrimenti, il mistero del perché l’italiano sia la quarta lingua più studiata tra gli stranieri nel mondo? Succede per lo stile di vita. È il piacere della bellezza prima che dell’utilità”. È il trionfo dell’italsimpatia. Lo sanno anche astuti comunicatori di marketing, che utilizzano lingua e modi italiani per esprimere simpatia rispetto al “noioso” inglese. La lingua italiana è divertimento, gioia, sorpresa, eccitazione, passione. Qui sta la peculiarità di questa lingua. L’italiano è la lingua della relazione. È la lingua, in altre parole, che avvicina empaticamente, che colpisce la sfera emotiva. Non a caso è la lingua della seduzione.

L’inglese è la lingua franca, globale, delle nuove tecnologie, indispensabile. L’italiano è una sorta di lusso, mercato che non subisce crisi.

A volte quella simpatia diventa canzonatura. Capita scimmiottando una lingua. L’italiano è pronunciato con la bocca sempre aperta, un po’ cantato e a voce alta, con le vocali prolungate accompagnate da inevitabili gesti con le mani. Il contrario del francese: bocca chiusa, parole sussurrate, nessun gesto, che evoca, seppur nel suo riconosciuto fascino, snob, distanza.

Non è raro, come ho constato personalmente, che due persone in grado di intendersi in inglese e in italiano inizino a parlare con la prima e finiscano a parlare con la nostra lingua. L’inglese introduce, dà il contatto, l’italiano costruisce la relazione. Esprime un sentimento comune, quello di amare l’italiano e, probabilmente, la cultura italiana.

Tuttavia, italicamente, pensiamo che per meglio comprendersi dovremmo essere in grado di parlare lingue diverse. Un proverbio africano dice “Un uomo che parla una lingua vale un uomo; un uomo che parla due lingue vale due uomini; un uomo che ne parla tre vale tutta l’umanità”. Diceva qualcosa di simile anche l’Imperatore Carlo V D’Asburgo, forse con tono diverso: “Parlo spagnolo a Dio, italiano alle donne, francese agli uomini, e tedesco al mio cavallo”.

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Lingua italiana e inglesismi:come salvare il salvabile

Intervista con il Prof. Raffaele Simone, filosofo e linguista, sull’invasione di termini stranieri nell’italiano
“I flussi culturali non si arrestano, come le inondazioni. Ma si potrebbe attivare una sorta di diga immateriale: azione della scuola, maggior cura nella preparazione di giornali e telegiornali… Non bisogna dimenticare che l’inglese tutto sommato è cool. Nessuna lingua al mondo ha questa potenzialità”

Abbiamo posto alcune domande sull’invasione di parole straniere nella lingua italiana a Raffaele Simone, filosofo e professore Emerito di Linguistica.Docente di Linguistica generale presso l’Università di Roma Tre,  Raffaele Simone ha insegnato in diverse università italiane. Direttore del Dipartimento di Linguistica (1995-2008), ha fondato e coordina il TRIPLE – Tavolo di Ricerca sulla parola e il Lessico. Già Vicedirettore della Redazione Multimediale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, Simone ha diretto diverse collane editoriali e ha fatto parte di commissioni e comitati ministeriali per la redazione di programmi educativi e per la diffusione della lingua italiana all’estero. Negli USA ha insegnato per vari periodi alla NYU, alla Columbia, a Yale, e al CSLI di Berkeley. Consulente editoriale, componente del comitato editoriale di riviste internazionali (da ultimo del “Bulletin de la Société de Linguistique de Paris” e “Langages”) attualmente si occupa di teoria della grammatica, teoria delle costruzioni e delle categorie, comparazione di lingue romanze, tipologia linguistica. Fuori dall’ambito tecnico, si occupa di filosofia della cultura e di politica universitaria, e in questi ambiti ha pubblicato saggi e volumi, diversi dei quali tradotti in varie lingue con cui ha vinto diversi premi per la saggistica.

Professor Simone, chi sarebbero i responsabili per questa invasione di termini stranieri nella lingua italiana?

 “Soprattutto la gente dei media e della pubblicità, a cui si uniscono gli economisti, alcuni pubblici amministratori. I giovani, con l’aiuto dei social forum, contribuiscono. La diffusione universale di gadget elettronici personali di mille tipi impone un certo tipo di lessico inglese o finto inglese, che si infiltra e permane. Non ci sarebbe nulla di male, salvo che (1) spesso questi termini hanno equivalenti italiani perfettamente radicati (location, week end e mille altri), (2) la diffusione di termini inglesi non produce affatto un miglioramento della conoscenza pratica dell’inglese. (Basta sentire l’inglese del nostro capo del governo attuale.) Quindi si tratta, nell’insieme, di un puro spreco”.

 Quali sarebbero le ragioni per l’inserimento di queste parole straniere nell’italiano, specie in settori quali la politica e la pubblicità? Quali le possibili cause sociologiche di questo fenomeno linguistico?

“Questo fenomeno non riguarda solo l’italiano, ma tutte le lingue, fino al cinese e al giapponese. E’ un fenomeno planetario. Quindi, in un certo senso, mal comune mezzo gaudio. I motivi sono semplici e drammatici: la cultura americana (dapprima quella indirizzata agli adulti, oggi quella dei giovani) è dominante in tutto il mondo; a ciò si aggiunge il fatto che una varietà di scienze, pratiche e tecniche che all’inizio del XX secolo erano europee, alla fine del secolo sono diventate americane o internazionali, e quindi bisognose di una sola lingua: si pensi alla medicina, all’economia, alla moda, all’educazione, ecc. Questi ambiti hanno ormai l’inglese come lingua franca, e i termini che percolano nella lingua comune ne sono i detriti”.

 Professor Simone, secondo Lei gli italiani sarebbero in grado di impedire questa tendenza dell’uso di termini inglesi nei loro discorsi? Sarebbero disposti a farlo?

 “I flussi culturali non si arrestano, come le inondazioni. Ma si potrebbe attivare una sorta di diga immateriale: azione della scuola, maggior cura nella preparazione di giornali e telegiornali, e simili. Non credo però che si avrebbe una gran collaborazione in questa difficile operazione. Non bisogna dimenticare che l’inglese tutto sommato è cool, o come si diceva una volta in italiano fa fino e fa moderno. Nessuna lingua al mondo ha questa potenzialità”.

 Malgrado molti stranieri amino l’italiano, lo studio della nostra lingua è diventato facoltativo in molte scuole europee, dove prima era lingua Nazionale. E’ forse perché siamo un Paese che non sa investire sulle proprie risorse, o la ragione è che gli italiani sono attratti dalle parole inglesi?

 “Le lingue straniere si scelgono per tre ragioni (quando non son obbligatorie): la speranza di usarle come strumento di lavoro, come strumento di studio e di turismo, come base di storie sentimentali. Tutte queste motivazioni funzionano meglio se sono sostenute da un’azione di politica culturale energica e intelligente: iniziative, borse di studio, cattedre universitarie e scolastiche, ecc. Se le cose stanno così, non stupisce che l’italiano – a dispetto delle tante ciance che si dicono in contrario – sia una lingua in calo. La prima motivazione che ho indicata sopra in Italia è debole: a parlare italiano sono infatti, oltre a una parte degli immigrati, i calciatori, i musicisti e i piloti di formula 1. In tutta Europa, per questo motivo, si registra una corsa a studiare il cinese, perché i giovani hanno ben capito che con la Cina, prima o poi, bisognerà inevitabilmente avere a che fare. La seconda motivazione è attiva, ma non crea grandi numeri. La terza è individuale”.

 In Svizzera l’italiano è la terza lingua nazionale, una delle quattro lingue nazionali, ma ormai l’inglese è diventato obbligatorio, e oggigiorno l’uso dell’italiano, in regressione, sta diventando (o è già diventata) lingua straniera. Come si può spiegare questo fenomeno?

 “Forse l’italiano è meglio curato in Svizzera che in Italia. In quel paese, infatti, il personale politico è obbligatoriamente poliglotta, e le amministrazioni lo sono spesso anche loro. Ho sentito ministri svizzeri fare discorsi in cinque lingue senza alcuna difficoltà. Mi sono chiesto chi altro, in Europa, potrebbe fare lo stesso. Ma è ovvio che l’inglese serve anche a loro”.

 A New York, dove insegno, lo studio dell’italiano è richiesto sia nelle scuole pubbliche e sia nelle università, ma non tutti gli studenti hanno il privilegio di studiarlo a causa di mancanza di fondi o altre burocrazie politiche. Che cosa suggerirebbe per risolvere il problema? Secondo lei, arrivano fondi sufficienti per l’italiano negli USA da Roma o dalle EU?

 Non so quanti fondi arrivino in USA per l’italiano, if any. So però che in USA l’italiano è visto e sentito come lingua di immigrazione, sebbene l’immigrazione sia in quel paese un fatto più storico che attuale, e come tutte le lingue etniche sta in secondo piano, se non in terzo. Perfino i giovani di discendenza italiana si risparmiano di impararlo, cosa che mi pare assolutamente criticabile. Del resto il desiderio di imparare una lingua è trasportato dalla presenza di una cultura viva: non si può dire che il cinema italiano, ad esempio, sia esportabile fuori d’Italia o che la graphic novel italiana sia tanto attraente. L’italiano ne fa le spese”.

di Filomena Fuduli Sorrentino

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Cultura sì, ma anche veicolo di affari.L’italiano non è una lingua da museo

Un patrimonio di 180 mila lemmi in continua evoluzione e sempre più utilizzato nel mondo per accedere a settori di eccellenza dell’economia. Ecco perché è un peccato relegarlo al belcanto. O, mortificarlo con anglismi inutili, imposti da un’ottica provinciale

di Paolo Di Stefano

Il valore della «funzionalità»

Il presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, filologo e linguista, che da diversi anni è titolare della rubrica Rai Pronto soccorso linguistico, sorride un po’ del topos della bellezza: «Dante, quando ancora l’italiano non era nato, fu il primo a sostenere che i poeti più dolci e sottili erano gli italiani. Lo stereotipo della bellezza è antico, e dall’Ottocento si è rafforzato grazie al teatro e alla lirica». Uno studioso tedesco, accademico della Crusca, Harro Stammerjohann, dopo aver allestito un dizionario dei numerosi italianismi presenti nel francese, nell’inglese e nel tedesco, ha pubblicato, nel 2013, un libro intitolato La lingua degli angeli, elencando i giudizi, spesso lusinghieri, raccolti per secoli all’estero dall’italiano. «Sono giudizi collegati alla cultura, all’arte, al paesaggio, alla musica, ma a volte si tratta di pareri ridicoli, come la considerazione dell’italiano come lingua per le dame», ricorda Sabatini. In realtà la bellezza di una lingua coincide con altri fattori. Quali? «Una bella lingua è una lingua polifunzionale, attrezzata per l’insegnamento, posseduta bene da una buona parte della società». Il fenomeno interessante, fa notare Sabatini, è che la funzionalità e l’efficacia dell’italiano oggi vengono difese con forza dalle fasce medio-basse della popolazione: «Le categorie che sono arrivate da poco a possedere una competenza linguistica non vogliono perderla o vederla surclassata dall’inglese. Tanta gente mi chiede: perché devo sentire parole che non capisco? I parlanti meno colti, dopo aver tanto faticato a impadronirsi dell’italiano, si ribellano, non vogliono tornare a sentirsi esclusi dall’uso della lingua, non sopportano di vederla strapazzata dal discorso pubblico o dall’invadenza dei forestierismi». Questione delicata: il provincialismo che ci spinge a preferire la terminologia inglese rinunciando alle formule equivalenti italiane.

Gli anglismi inutili

Mario Cannella, direttore dello Zingarelli, confronta il «jobs act» del governo Renzi con la «loi travail» che agita la Francia in queste settimane: «Perché usare un’espressione in inglese se si può dire “riforma o legge del lavoro”? Perché dire “spending review” se abbiamo “revisione della spesa”?». La crescente apertura anglofila è resa evidente da alcuni dati: se gli anglicismi registrati dallo Zingarelli nel decennio 1984-94 erano il 7% del totale dei neologismi, dal 1995 al 2016 sono quasi raddoppiati (13%). Certo, alla crescita ha contribuito l’invasione, inevitabile, della terminologia digitale: «E va anche detto — osserva Cannella — che l’inglese non è una lingua aliena: una grandissima parte del vocabolario inglese è composta di prestiti dal francese o dal latino. Sarebbe ridicolo fare una battaglia aprioristica contro gli anglicismi, ma non bisogna esagerare: visto che per la prima volta nella nostra storia la popolazione, da Bolzano alla Sicilia, usa una lingua standard comunemente vissuta e accettata, sarebbe importante consolidarla, senza lasciarsi andare alla sciatteria o allo snobismo di accogliere tutte le parole straniere». Fatto sta che una lingua, essendo un organismo vivente, si alimenta anche della capacità di rinnovarsi. «Il bicchiere mezzo pieno è che oggi la stragrande maggioranza delle persone nate e vissute in Italia sono in grado di esprimersi in italiano. L’altro elemento nuovo è l’aumento della pratica della scrittura grazie al digitale, ma il dato negativo è l’incapacità di distinguere tra scritto e orale e la difficoltà a usare registri adeguati ai contesti. E non bisogna dimenticare l’indubbio impoverimento della competenza lessicale a tutti i livelli».

In continua evoluzione

I lemmi totali dei vocabolari italiani si aggirano tra i 140 e i 180 mila. Le parole nuove registrate nel 2016 vanno dalle 300 alle 500. Attingere ai dati è diventato molto più semplice grazie alla rete, molto più difficile è selezionare tra le parole caduche e quelle destinate a resistere. La lingua italiana, come le altre, è un vortice in continuo movimento. Sabatini parla di «tempesta delle lingue». Luca Serianni, filologo e linguista principe, autore di importanti grammatiche e curatore del Devoto-Oli, si sofferma sulla scuola e non nasconde alcune preoccupazioni. Ricorda, per cominciare, il cosiddetto Clil, quel provvedimento che prevede l’insegnamento di materie non linguistiche in lingua inglese: «Estenderlo a materie umanistiche, dove la padronanza dell’italiano è fondamentale, rischia di impoverire l’esposizione con risultati negativi anche sul piano della cultura. Una rinuncia dannosa: è quel tipico atteggiamento provinciale per cui si tende a rinunciare all’uso dell’italiano in settori in cui bisognerebbe non solo mantenerlo ma rafforzarlo». Secondo punto sensibile, lo scadimento del discorso pubblico: «Da tempo si assiste all’invasione del parlato che scivola nell’effimero: l’uso degli strumenti elettronici favorisce il gusto della battuta, priva di ogni organizzazione testuale complessa, e il conseguente abbattimento della riflessività e dell’argomentazione». È il «gentese», cioè quel linguaggio medio-basso che dovrebbe piacere alla cosiddetta gente comune. Piuttosto, se provate a chiedere a Serianni un consiglio su dove trovare un italiano di eccellenza o almeno di buon livello, vi verranno segnalati due filoni: «Da una parte certa letteratura della tradizione novecentesca che presenta una lingua all’altezza dei suoi contenuti». Il peso del Novecento Il primo nome che viene pronunciato è quello di Primo Levi: «Una prosa che non ha elementi di invecchiamento né di difficoltà». Poi: Giorgio Bassani e Dino Buzzati. «Non mi rifarei alla letteratura degli ultimi anni, in cui prevale la mescidazione dei codici, con un parlato pieno di turpiloqui e di ammiccamenti fumettistici». L’altro filone apprezzato da Serianni è quello della scrittura degli editoriali giornalistici che riflettono sul mondo di oggi, sulla geopolitica e sull’etica pubblica: «Sono esempi di chiarezza e di capacità argomentativa». Una «palestra di scrittura» a cui Serianni ha dedicato un libro di esercizi per «allenare la nostra capacità di collegare le frasi con i giusti nessi logici».

Il fascino dell’italiano nel mondo

L’italiano nel mondo mantiene il suo fascino: negli Istituti Italiani di Cultura gli iscritti ai corsi linguistici sono circa 68 mila. Il 4% della popolazione tedesca e di quella francese dichiara di parlare la nostra lingua. Non c’è da deprimersi e neanche da esaltarsi. Confidare in una presunta qualità estetica? L’italiano lingua di cultura? «Nell’attività di diffusione dell’italiano all’estero si tende a far prevalere questo aspetto», avverte Michele Gazzola, economista della lingua alla Humboldt-Universität di Berlino, «ma attenzione, c’è un italiano popolare che ha molta diffusione internazionale: Toto Cotugno e i Ricchi e i Poveri a Mosca fanno il tutto esaurito… Giustamente Mogol dice che le sue canzoni raggiungono 60 milioni di cuori, mentre la poesia oggi non supera le cinquemila copie». Dunque? Abbandonare il ricordo della lingua di Dante e puntare altrove? «L’italiano come “terza lingua classica”, la lingua della lirica e della tradizione letteraria, è un’idea museale — conclude Gazzola — : si rischia di farlo passare per un idioma privo di utilità pratica. È invece una lingua viva e funzionale, anche se limitata nella diffusione, una lingua che favorisce l’accesso ad alcuni settori di eccellenza della vita economica e culturale. Si tratta non di offrire corsi universitari in inglese per attrarre gli stranieri: quelli ci sono ovunque. Per far salire le quotazioni internazionali, bisogna piuttosto disporre di un ottimo livello di studi, anche in italiano, e non perché l’italiano suona bene, ma perché è una lingua attiva, indispensabile a certi rapporti commerciali, specie se legata a un tessuto produttivo vivace e attraente». Lingua e società più che lingua e bellezza

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Studio: anche brevissimi periodi di apprendimento linguistico migliorano agilità mentale

Una settimana di corso intensivo di una lingua straniera è sufficiente ad aumentare le nostre capacità cognitive. A rivelarlo è uno studio realizzato da ricercatori britannici dell’università di Edinburgo (University of Edinburgh) pubblicato sulla rivista scientifica Plos One.
I ricercatori hanno condotto una serie di test su un gruppo di 33 studenti di età compresa tra 17 e 78 anni che ha preso parte a un corso intensivo di una settimana di gaelico scozzese (Gàidhlig), una lingua appartenente al gruppo gaelico delle lingue celtiche parlata in Scozia.
I livelli di attenzione degli studenti sono stati esaminati con dei test di ascolto che includevano l’abilità di concentrarsi su determinati suoni e di spostare l’attenzione per filtrare informazioni rilevanti. I risultati di questa sperimentazione sono stati poi confrontati con quelli di altri gruppi di adulti che hanno frequentato corsi intensivi di una settimana ma non per l’apprendimento linguistico e con quelli di gruppi che non hanno frequentato nessun tipo di corso. L’analisi di questi dati ha permesso di verificare che, dopo appena una settimana di corso, i livelli di attenzione dei partecipanti al corso di lingua gaelica non solo erano di molto più alti rispetto a quelli di chi non aveva frequentato alcun corso, ma anche rispetto a chi ne aveva frequentato uno di tipo non linguistico. I ricercatori, inoltre, hanno rilevato che i livelli di attenzione sono stati più alti in tutti gli studenti che hanno preso parte al corso di lingua gaelica indipendentemente dalla loro età.
“Penso che la nostra ricerca – ha dichiarato Tom Bank, uno dei ricercatori che vi ha preso parte – mandi tre messaggi importanti: primo, non è mai troppo tardi per avviare una nuova attività mentale come imparare una nuova lingua; secondo, anche un breve corso intensivo di lingua può avere effetti benefici per alcune funzioni cognitivie; terzo, questi effetti positivi possono essere mantenuti con la pratica

(da Informalingua))

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