Lingua italiana, così evolve sui social network

di Vera Gheno, docente universitaria, membro della redazione di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca

I social sono accusati di distruggere l’italiano. In realtà la nostra lingua, immutata per secoli, sta dimostrando ottima capacità di adattamento ai nuovi media.

Di lingue o linguaggi della rete e dei social network si parla e si scrive da tempo, in termini non sempre positivi. Soprattutto nella percezione comune, ciò che sembra succedere alla lingua in rete è visto come un processo di distruzione dell’italiano “come lo conosciamo e come l’abbiamo studiato”, una sua corruzione rispetto a un’età dell’oro in cui invece le persone conoscevano bene la norma, la applicavano, usavano il congiuntivo e, in generale, erano più acculturate ed educate di oggi.

Chi si occupa a livello specialistico di lingua, in particolare, tra tutti i tipi di linguisti, il sociolinguista, spesso manifesta invece quasi una fascinazione per ciò che la comunicazione in rete rappresenta e per quello che può raccontare delle persone. Ma per capire chi ha ragione, se i detrattori o i sostenitori, occorre fare un passo indietro, e chiedersi come si sia arrivati alle manifestazioni linguistiche che vediamo su Facebook, Twitter, Instagram e gli altri social.

Guardare al passato per capire il presente

 

Per capire il presente, come sempre conviene dare un occhio al passato. Una delle caratteristiche della nostra lingua è il suo essere come un bel cappotto conservato per molto tempo in naftalina: per secoli, l’italiano è stato la lingua d’uso quotidiana solo di una piccolissima minoranza; si consideri che al tempo dell’unità d’Italia gli italofoni erano calcolati tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione. Questo ha fatto sì che si sia preservato praticamente immutato nel corso dei secoli, senza subire le modifiche che derivano normalmente dall’uso vivo di una lingua da parte di un largo numero di parlanti. Occorre arrivare agli anni Sessanta del Novecento per l’italofonia piena, raggiunta di fatto grazie ai mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la TV. Il maestro Alberto Manzi, in quegli anni, svolse un’incommensurabile opera di alfabetizzazione delle fasce della popolazione che per questioni anagrafiche non avevano avuto accesso alla scuola ed erano rimaste quasi completamente analfabete, attraverso il suo popolarissimo programma Non è mai troppo tardi.

Perché l’evoluzione della lingua italiana sembra così veloce

Ma che cosa può significare oggi, a livello di competenze linguistiche, che per seicento anni l’italiano non sia stato la lingua quotidiana degli italiani, e che sia assurto a lingua nazionale solo negli ultimi sessant’anni? Strutturalmente, questo ha fatto sì che l’italiano rimanesse pressoché immobile, uguale a sé stesso, nel corso dei secoli, soprattutto a livello di norma. Non è un caso, del resto, se noi italiani riusciamo a leggere testi scritti settecento anni fa con facilità: si pensi solo all’incipit della Divina Commedia e riflettiamo se sembra davvero un testo così datato. Solo quando gli italiani sono diventati davvero italofoni, sono iniziati i cambiamenti linguistici che, in altri idiomi, hanno avuto luogo gradualmente nel corso di molto più tempo. In altre parole, l’italiano ha iniziato a cambiare velocemente da poco più di mezzo secolo, senza che la norma, e la scuola, riuscissero a stare davvero al passo.

Questo ha comportato che la competenza linguistica delle persone sia stata portata a polarizzarsi su due estremi. Da una parte la norma alta, imparata a scuola, quella che serve per leggere i classici del passato e magari per fare bene i temi; dall’altra parte, invece, la “lingua della strada”, quella parlata e decisamente più parlata che scritta) quotidianamente, con tutte le deviazioni dallo standard ben note a tutti: dal lui usato al posto di egli alle frasi topicalizzate (la spesa l’ho fatta ieri) alla semplificazione del paradigma verbale (si pensi solo ai molti usi dell’imperfetto, come quello di cortesia, per es. volevo un etto di prosciutto, o in alcuni tipi di ipotetiche, come se lo sapevo non venivo, o alla sostituzione del futuro con il presente, in frasi come domani vado), dal perché che tende a essere usato al posto di un ventaglio di congiunzioni come affinché in modo che all’impiego massiccio di parole generiche come cosafattoroba.

Non tutto quello che devia dalla norma è errato

Questa lingua “deviata dalla norma” non ha trovato a lungo riscontro nelle grammatiche scolastiche; tuttavia, negli anni Ottanta, i linguisti hanno sentito il bisogno di definire un nuovo standard linguistico, per non lasciare l’idea che tutto quanto esuli dalla norma scolastica sia errato tout court: questo italiano non standard, ma nemmeno sbagliato, è stato chiamato italiano neostandard (da Gaetano Berruto), italiano dell’uso medio (da Francesco Sabatini) o italiano tendenziale (da Alberto Mioni) (cfr. scheda Treccani sull’italiano standard, par. 4): è un italiano in qualche modo modificato dall’inedita pressione degli italiani sulla loro lingua madre, non più solo lingua della cultura e dei colti, ma davvero usata da tutti, colti e meno colti, per ogni genere di attività.

L’italiano dei social network

Tutto questo ci porta alla situazione del presente: ciò che vediamo sui social network oggi è diretta conseguenza di quanto detto finora. Un italiano che è stato esposto a cambiamenti sin troppo veloci per essere metabolizzati pacificamente dai suoi parlanti, ma che dimostra la sua salute nella capacità di adattarsi ai nuovi media. Italiani, in compenso, che da molti decenni mostrano una regressione culturale esplicitata ad esempio dai rilevamenti ISTAT. Questo porta a un’incertezza comunicativa che talvolta si esprime attraverso il fastidio, l’irrigidimento su posizioni antistoriche e la paura del cambiamento: chi si sente insicuro è portato a preferire la staticità, anche in campo linguistico. Sintetizzando con le parole del 2013 di Tullio De Mauro, l’italiano sta bene, sono gli italiani a non stare benissimo(culturalmente parlando), e ne vediamo le conseguenze a livello linguistico.

Ciò che per il linguista è dunque un’evoluzione, o perlomeno un cambiamento comprensibile, provocato sulla lingua dal grande e inedito numero di parlanti, per il parlante stesso è fonte di perplessità e di preoccupazione nei confronti del proprio idioma.

Di cosa parliamo, quando parliamo di lingue social

In primo luogo, definire queste forme di comunicazione come “nuovi media” non ha ormai molto senso. Non sono fenomeni nuovi, se solo si pensa che la “nonna” di Internet, Arpanet, è nata a fine anni Sessanta, mentre il www risale all’inizio degli anni Novanta. Perfino i social esistevano in altre forme sin dall’inizio degli anni Ottanta.

Specificamente riguardo alla lingua dei social, sono circa vent’anni che questi fenomeni linguistici sono noti e studiati in Italia:la prima monografia italiana sull’argomento è Il parlar spedito, di Elena Pistolesi, del 2004; anche se si occupava di email, sms e chat di fatto rilevava e descriveva già le stesse caratteristiche linguistiche che troviamo sui social oggi. Il cambiamento maggiore avvenuto in rete è il passaggio da una fruizione limitata, elitaria, alla “rete in tasca di tutti”. Vedremo, proseguendo, come l’allargamento dell’utenza abbia influito sulla lingua stessa, e forse non nel modo in cui si potrebbe immaginare.

È comunque di fatto impossibile parlare di una “lingua della rete”; gli ambienti comunicativi online sono ormai talmente variegati che anche solo nei differenti contesti social si possono ricreare tutti i registri e gli stili che si riscontrano in contesti comunicativi più tradizionali. Oggi, gli studi consultabili sono molti, anche solo concentrandosi sull’italiano (qui uno speciale Treccani del 2010), a dimostrazione del fatto che l’importanza di questo ambito linguistico è ormai saldamente riconosciuta.

“e-taliano”: l’italiano né scritto né parlato, ma digitato

Il primo aspetto da considerare è che tutto il sistema linguistico delle lingue social poggia sull’italiano neostandard, con una particolarità: mentre siamo abituati alla ricorrenza di tutta una serie di elementi che si discostano dallo standard nel parlato, lo siamo molto meno nello scritto. Insomma, leggere scritte certe costruzioni, certi usi verbali, certe frasi apparentemente sciatte provoca più di una perplessità, che non avremmo nei confronti di una comunicazione parlata.

Questa strana commistione di scritto e parlato ha spinto i linguisti a usare a lungo definizioni come parlato-scrittocreolo scritto-oralediscorso digitato eccetera; oggi, questa visione delle lingue della comunicazione mediata come una specie di incrocio tra scritto e orale è stata almeno in parte superata. Giuseppe Antonelli, linguista che da tempo studia questi fenomeni, ritiene ad esempio che l’italiano che si incontra sui social e non solo sia il primo vero italiano scritto informale, dopo secoli nei quali la scrittura è sempre stata considerata un contesto ad alta formalità. Il linguista lo chiama e-taliano ed enfatizza la sua caratteristica di non essere né davvero scritto né davvero parlato, quanto piuttosto digitato; attività, questa, che attiva parti diverse del cervello rispetto alla scrittura manuale (che quindi ovviamente è da conservare e preservare accanto a quella digitata).

In ogni caso, neanche i fruitori stessi dei nuovi media assegnano a queste varietà linguistiche lo statuto di scritto, il che comporta una grande libertà ortografica e sintattica nella costruzione del messaggio (“l’importante è che si capisca”, si difendono molti), ma anche altrettanta libertà nei contenuti: ci si permette di scrivere cose che forse sarebbe meglio non mettere per iscritto, dato che, nonostante la sensazione di volatilità, ciò che digitiamo in rete ha non solo una vita lunghissima, ma anche un’altissima e facilissima replicabilità, sotto forma di inoltro oppure di screenshot: insomma, digitata manent.

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Informazioni su francescasalvadori

INSEGNANTE DI ITALIANO LINGUA SECONDA FACILITATORE LINGUISTICO
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