Parole del futuro: tra post verità e nuove tecnologie

Internet ha cambiato la lingua italiana che è diventata globale e iconica. E per impararla occorre tornare sui banchi di scuola. Changes ne ha parlato con Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca

La lingua italiana è la più studiata nel mondo dopo inglese, spagnolo e cinese secondo una ricerca della Farnesina ma gli italiani sembrano essersi dimenticati come si parla e, soprattutto, come si scrive. Tanto che un gruppo di docenti universitari, accademici della Crusca, filosofi ed economisti – tra cui Massimo Cacciari, Ilvo Diamanti, Carlo Fusaro e Paola Mastracola – hanno denunciato con una lettera al Governo italiano la situazione di semi-analfabetismo in cui versano gli studenti universitari italiani colpevoli di scrivere male, leggere poco ed esprimersi ancora peggio.

Il punto è proprio lo studio dell’italiano e l’influenza che le nuove tecnologie e i nuovi media hanno avuto e hanno sull’evoluzione del linguaggio parlato e scritto. «Oltre a cercare di tenere in vita lo studio dell’italiano fuori dei nostri confini nazionali, appoggiandolo all’esportazione di nostri “prodotti”, per la vitalità della lingua deve contare ancor più un suo uso saldo ed efficace all’interno della comunità nazionale», ha detto a Changes Francesco Sabatini, linguista, filologo e lessicografo, presidente onorario dell’Accademia della Crusca e autore del manuale Lezioni di italiano (Mondadori) . «Il concetto di “terza” o “quarta” o “quinta” lingua più studiata nel mondo fuori dei propri confini nazionali non è affatto chiaro. Fino a una decina o quindicina di anni fa, chi in Europa o in America studiava una o più lingue straniere metteva in fila le più note cinque lingue di cultura d’Europa (inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco), ma restava sempre da vedere quale percentuale numerica spettava alla penultima o all’ultima (3 o 4 o 5%)», ha detto Sabatini. «Negli ultimi tempi sono entrate in gara, a livello planetario, anche russo, portoghese, arabo, cinese. È probabile che di qui a qualche anno il numero di coloro che studieranno una di queste altre lingue, fuori dei confini della patria di origine, supererà di molto quello di chi studia l’italiano».

Insomma, litaliano anche fuori dai confini rischia di diventare una lingua residuale nel tempo. Ma il dibattito su quale sarà la lingua del futuro e quali le parole che useremo nel quotidiano è aperto e vivissimo, proprio a causa dell’irrompere delle nuove tecnologie che hanno dato vita a un “italiano digitale”. Lo dimostra il Convegno dal titolo Parole O_Stili dove, il 17 e 18 febbraio 2016 a Trieste, in ben nove panel di discussione è aperto il confronto sul linguaggio e lo stile con il quale stare su Internet.

Nell’arco di pochi mesi l’iniziativa ha raccolto l’adesione di oltre 300 tra comunicatori, politici, docenti, influencer della Rete e professionisti della comunicazione. «Parole O_Stili nasce dalle riflessioni di alcuni professionisti della Rete stanchi di dover lottare ogni giorno contro un clima respingente e aggressivo, dove il confronto lascia il passo all’aggressività e all’offesa», ha detto a Changes Rosy Russo, ideatrice del progetto e del convegno di Trieste. «Noi siamo convinti che sia possibile cambiare lo stile con il quale viviamo le nostre relazioni digitali attraverso un uso accurato delle parole e abbiamo deciso di fare qualcosa di concreto per diffondere il virus positivo dello “scelgo le parole con cura”. Non vogliamo stigmatizzare dei comportamenti o evocare censure ma creare consapevolezza e sensibilità sul tema dell’ostilità nel linguaggio».

Italiano del futuro: accanto a nuove parole colte convivono gli emoticon

Al termine della discussione, alla presenza della Presidente della Camera Laura Boldrini, a Trieste è attesa la presentazione del Manifesto della comunicazione non ostile, una carta che raccoglierà gli spunti e le riflessioni raccolti online, con l’ambizione di arginare e combattere le pratiche e i linguaggi negativi della Rete. Il lavoro degli esperti digitali e di comunicazione riuniti a Trieste ha riportato in primo piano la difficoltà e la necessità di trovare punti di riferimento affidabili in una società soverchiata dall’eccesso di dati e informazioni. Diventa più facile comprendere le parole del sociologo Derrick De Kerckhove quando dice che nel futuro sarà sempre più importante farsi le domande giuste; e non si può non concordare con il linguista, scomparso a inizio 2017, Tullio De Mauro, che, invece, insisteva sulla lucidità del pensiero applicata alla parola, anche nell’accuratezza della scelta.

Si ha l’impressione che solo il rigore e l’onestà intellettuale possano salvare un’umanità schiacciata tra la fatica (talvolta l’impossibilità) di verificare  le proprie fonti di conoscenza nell’era della post verità e l’incapacità di generare pensiero critico attraverso l’uso consapevole del linguaggio. «La scuola, dove si sviluppano le competenze linguistiche di tutti gli individui, dovrebbe rendere più evidente ed esplicita la nozione che il “pensar bene” è fortemente legato al dominio della lingua verbale, orale e scritta», ha sottolineato Sabatini. «Gli altri linguaggi, per quanto espressivi o immediati, non forniscono lo stesso supporto alla formazione e comunicazione di pensieri articolati e complessi. Vale per ogni forma di conoscenza (di sé, degli altri, del mondo) ciò che Condillac disse della scienza (intesa appunto largamente): “scienza è una lingua ben costruita».

Le molte pressioni che l’uso della lingua comune subisce per effetto della velocità immessa dalle tecnologie dell’ultimo secolo (o, un po’ più indietro, dall’invenzione del telegrafo e del telefono) hanno, da una parte, diffuso sempre più una lingua più ridotta, dall’altra accresciuto la circolazione di parole di ogni provenienza. «Perché questi nuovi fattori di cambiamento non corrodano lo spessore e la resistenza della lingua occorre un’azione di sempre maggiore consapevolezza rivolta soprattutto alle generazioni che per natura “vanno più avanti”. Nasce da questa situazione la necessità di una scolarizzazione più lunga, più intensa e più attrezzata», ha detto Sabatini.

La necessità di una scolarizzazione più lunga si avverte ancora più pressante quando, in cicli economici stagnanti o depressivi, le parti sociali più danneggiate rallentano la propria evoluzione linguistica: il linguaggio si impoverisce e l’approccio alla conoscenza si semplifica «I processi economici in generale, e in particolare i rapidi cambiamenti nel mondo dell’economia influiscono sull’uso della lingua soprattutto perché creano movimenti nella struttura sociale, possono cioè avvicinare o distanziare tra loro gli strati sociali preesistenti, con i conseguenti riflessi nelle loro condizioni culturali e quindi anche nelle loro abitudini linguistiche», ha specificato Sabatini. «La maggiore diffusione della ricchezza avvicina le classi sociali in tutti i loro comportamenti, mentre la concentrazione della ricchezza porta a tipi di vita diversi. Nella lingua tutto ciò si riflette automaticamente, anche se i processi richiedono del tempo».

Nell’analisi che il presidente onorario della Crusca fa dell’italiano ai tempi del digitale, emerge come non ci siano dubbi sul fatto che l’uso dei mezzi digitali e la comunicazione che viaggia su di essi abbia prodotto dei fenomeni di unificazione linguistica. L’uso del cellulare, per esempio, accomuna individui di ogni stato sociale e Paesi diversi come forse non era mai accaduto prima. «Le differenze linguistiche si spostano in altri campi: l’acquisto di una cultura più ampia, meno connessa con la tecnologia, più “disinteressata” come ad esempio l’apprendimento di più lingue – meta non raggiungibile da tutti – o di un linguaggio più sofisticato», ha sottolineato Sabbatini. «Proprio le cosiddette “parole del futuro” campionate da Tullio De Mauro (come flessicurezza, captologia, e così via.) sono appannaggio di persone colte e disposte a fare confronti e indagini sul loro retroterra in altre lingue, sull’intenzione di chi le usa, e così via».

Accanto a “parole del futuro” colte ci sono evidenti segnali di involuzione linguistica e il ritorno a forme di comunicazione più “accessibili”, come l’oralità, con i messaggi vocali, le immagini e i video. Dobbiamo credere che l’immagine tornerà ad avere il sopravvento sulla parola? «Le nuove tecnologie della comunicazione a distanza hanno potenziato, di volta in volta, secondo le caratteristiche del mezzo, ora l’oralità, ora la scrittura», ha aggiunto Sabatini. «Telefono, radio, cinema e televisione hanno potenziato al massimo l’oralità e l’immagine (parlante). Le tecnologie informatiche hanno riportato in valore la scrittura. Il computer ha creato una folla di cosiddetti scrittori». La lingua scritta, dunque, è ancora considerata un valore, anche ai tempi dei digital influencer, che si tratti di rappresentare la realtà o soltanto qualcosa di verosimile.

14/02/17

(- See more at: http://www.changes.unipol.it/society/Pagine/lingua-italiana.aspx#sthash.ovS4uBtN.dpuf)

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INSEGNANTE DI ITALIANO LINGUA SECONDA FACILITATORE LINGUISTICO
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