Cresce il numero degli stranieri che vuole studiare l’italiano

Gli stati generali della lingua di Dante a Firenze con Renzi e Giannini Dal cibo all’automobile è diventata sinonimo di eccellenza e qualità

Quando Irene Mastrangeli inizia a cantare tutto il pubblico presente nella Sala dei Cinquecento di palazzo Vecchio a Firenze si alza in piedi. È normale che sia così: sta per cantare l’Inno di Mameli, il pubblico è pronto a seguirla nelle strofe e anche a battersi la mano sul petto ma quando nella Sala si sentono le prime note di chitarra e poi la voce di Irene, restano tutti in silenzio, sorpresi, disorientati. È l’effetto che riesce sempre a creare questa donna a cui un giorno il Consolato Generale d’Italia a New York chiese di cantare l’inno e da allora l’ha avuta come ospite fissa nella gran parte delle occasioni ufficiali per la sua capacità di trasformare il brano di Mameli in un pezzo pop che entra nella testa di tutti, uno di quei motivi che ti porti dietro per una giornata intera canticchiandolo quando meno te l’aspetti.

Inizia così la seconda edizione degli Stati generali della Lingua italiana nel mondo, con la voglia di guardare all’italianità con occhi nuovi, più pragmatici e meno solenni. Nessuno fa a meno di ricordare che l’italiano è la lingua di Dante e lo ripetono in tanti: dal Sommo Poeta arrivano almeno 7 parole su dieci che pronunciamo. Ma anche partendo da Dante bisogna raccontare che nell’ultimo anno 600 mila persone in più nel mondo hanno deciso di imparare questa strana lingua, un aumento del 35% che ha portato il numero degli studenti all’estero a quasi due milioni e 300 mila. Nel 2014 l’italiano è stata la quarta lingua più studiata al mondo, ed era la seconda solo due anni prima. È la seconda nel’ambito dei marchi e negli scaffali dei supermercati di cinque continenti le parole italiane sono la maggioranza.

«L’italiano è la lingua dell’arte, della cibo, della musica, della cultura, della bellezza», spiega Lucia Pasqualini, responsabile della promozione della lingua italiana nel mondo per il ministero degli Affari Esteri. «A volte abbiamo un atteggiamento provinciale nei confronti della nostra lingua, senza renderci conto che si tratta di una lingua che è sinonimo di eccellenza e qualità».

Alcuni però lo hanno capito, in particolare nel mondo delle imprese. Olivier François, direttore marketing del gruppo Fca, mostra gli spot realizzati per il mercato statunitense. Per vendere le auto da New York a Seattle «mi sono affidato all’italianità» spiega. E che cosa rappresenta meglio l’italianità del mare e delle terrazze di limoni della Costiera Amalfitana e di canzoni come Volare? Lo spot è stato un successo. Ha puntato sull’italianità anche Andrea Illy, presidente di Illycaffè e di Altagamma, ma su quella di Firenze e della che la rappresentano «molto più di altri nomi di regione».

Al gruppo San Pellegrino, infatti, è bastato usare la parola «Toscana» per far registrare un aumento del 14% delle vendite negli ultimi 18 mesi, ha rivelato Clement Vachon, direttore delle comunicazioni e relazioni internazionali del gruppo. «Abbiamo fatto una ricerca globale su dieci Paesi due anni e mezzo fa – spiega – ed è venuta fuori non solo l’evocazione di valori positivi, ma è emerso che i consumatori mondiali erano disponibili a pagare il 9% in più su un prodotto che riportasse la dicitura Toscana».

Una realtà che il presidente del Consiglio Matteo Renzi conosce bene, e punta moltissimo su un’alleanza tra «grandi aziende, grandi realtà cinematografiche, le grandi realtà della cultura e della comunicazione» per la diffusione della lingua e della cultura italiana e assicura pieno sostegno del governo e finanziamenti. «I soldi ci sono», promette.

Conclusione? Promuovete i vostri prodotti in italiano, consiglia l’esperta di comunicazione Annamaria Testa. «L’italiano come lingua che testimonia la provenienza italiana dei prodotti da sempre vale per collocare i prodotti nella fascia superiore di prezzo e qualità percepita. Ma il problema è che magari lo sanno le aziende straniere che fanno finti prodotti italiani per venderli meglio». E, quindi, basta con gli slogan in inglese. «Un’abitudine stucchevole» e – conclude – «non si capisce perché».

(La Stampa- 18 ottobre 2016)

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