Qual è lo stato di salute della lingua italiana? Ne parliamo con Massimo Palermo, ordinario di Linguistica italiana all’Università per stranieri di Siena

Abbiamo preso spunto dalla recente pubblicazione di un nuovo manuale di linguistica italiana per chiedere al suo autore, il professore dell’Università per Stranieri di Siena Massimo Palermo, una serie di risposte su questioni come l’abuso di anglicismi, il rispetto delle norma linguistica o il futuro dell’italiano come lingua scientifica.

[…]

Veniamo alla questione degli anglicismi, che è pure trattata nel manuale. Partendo dal presupposto che nessuno può giustamente impedirne l’uso nelle conversazioni private di milioni di italiani, non ritiene che, invece, si possa far qualcosa per limitarne la presenza almeno nella pubblica amministrazione? Penso ad esempio al Jobs Act.

Sono sostanzialmente d’accordo con l’impostazione che mi ha esposto. Occorre distinguere di nuovo l’ambito d’uso. Non si può negare che gli anglicismi ci siano e che siano tanti anche nella conversazione quotidiana. Recentemente mi è capitato di ascoltare una signora che diceva di non riuscire a partecipare a una certa riunione perché gli si “overlappavano” gli impegni. C’è dunque un’ostentazione a vari livelli di questo uso dell’inglese che si presume nobilitante. Però si tratta di fenomeni transitori e la lingua ha gli strumenti per contenerli entro limiti fisiologici. Nella comunicazione della pubblica amministrazione, invece, l’abuso di anglicismi è un problema. Lei ha fatto riferimento al Jobs Act: possiamo aggiungere che abbiamo un Ministero del Welfare, che è una definizione ufficiale, non il modo in cui viene chiamato in gergo giornalistico. Qualche anno fa venne introdotta la Social Card. Si tratta di usi che denotano un atteggiamento di sudditanza rispetto all’inglese, a mio avviso provinciale. Questa moda sta dilagando nella comunicazione pubblica. In molte università, ad esempio, lo studente che voglia un’informazione non va più in segreteria, ma deve rivolgersi al Management didattico.

Forse alle orecchie di molti la parola segreteria richiama un ambiente un po’ stantio e polveroso, mentre il Management didattico fa magari pensare a un ambiente moderno e dinamico.

Sono forse le stesse persone che vi lavorano che credono di svolgere mansioni di maggior prestigio se queste vengono denominate in lingua inglese. Ma evidentemente così non è. Peraltro sarebbe interessante sapere se le segreterie delle università tedesche o francesi sono denominate con espressioni equivalenti.

[…] le chiederei di darmi un parere sulla disciplina europea dei brevetti, che è di fatto diventata prerogativa esclusiva di inglese, francese e tedesco, e della decisione del Politecnico di Milano di proibire l’uso dell’italiano per i corsi di dottorato e di master.

Noto più in generale che l’UE, pur riconoscendo a tutte le lingue dell’Unione lo statuto di lingue ufficiali, ha fatto in modo che la pista trilingue, nella compilazione di documenti importanti, sia diventata di fatto l’unica prassi. Questo impoverisce lingue che hanno una grande tradizione culturale come l’italiano e lo spagnolo e che non meritano questo trattamento. Per quanto riguarda la scelta del Politecnico va sottolineato che si inserisce all’interno di una tendenza generale. Oltre il 70 per cento degli atenei italiani svolge oggi almeno una parte della propria offerta formativa in lingua inglese. Su questo non voglio essere drastico: capisco che in alcuni segmenti formativi, per esempio quelli di secondo e terzo livello, e in alcune aree disciplinari, possa esserci spazio per una formazione svolta in altre lingue, magari non solo in inglese. Penso, per esempio, al tedesco per la filosofia e la linguistica. Quello che è discutibile nella decisione del Politecnico è la conversione dell’intera offerta formativa alla lingua inglese. Ciò ha poco senso, poiché i professori, per quanto possano conoscere bene l’inglese, non sono attrezzati per tenere un corso in lingua senza impoverire i contenuti delle lezioni.

L’offerta formativa in inglese, è stato detto, attira più studenti stranieri. Ma non dovrebbe essere piuttosto il livello della ricerca ad attirarli? Se il design italiano ha una certa fama del mondo lo si deve anche al Politecnico di Milano.

Sono assolutamente d’accordo. Credo infatti che l’idea alla base della scelta del Politecnico sia discutibile. Tale scelta viene adottata per aumentare l’attrattività degli atenei. Non credo, tuttavia, che in alcuni settori disciplinari basti passare all’inglese per attrarre gli studenti stranieri. Dovremmo invece far tesoro di quelle tradizioni di studio e di ricerca in cui l’italiano ha sicuramente da dire la sua in campo internazionale e in cui non avrebbe senso il ricorso all’inglese. Penso alla storia dell’arte, per non parlare dell’italianistica. Ma la cosa più grave è che questa impostazione sta arrivando anche all’istruzione media. Recentemente un liceo classico milanese ha deciso di far svolgere tutte le lezioni in inglese a partire dal prossimo anno. Questa scelta, che è stata lodata anche da influenti organi di informazione, doveva essere invece oggetto della più ferma condanna. Non occorre essere specialisti di psicopedagogia per capire che non conviene tradurre Virgilio dal latino all’italiano passando per l’inglese. Invece, operazioni del genere non solo vengono approvate da chi forma l’opinione e di conseguenza dalle famiglie. Basta ormai che un liceo promuova qualche segmento della propria offerta formativa in inglese per fargli raddoppiare il numero delle iscrizioni.

[…]

Domanda di rito finale: qual è lo stato di salute della lingua italiana?

Non mi arruolo tra i pessimisti. Guardando la situazione nel complesso dico che rispetto a un secolo fa le competenze linguistiche degli italiani sono migliorate. Oggi gli strafalcioni sono solo più visibili e persistenti grazie ai mezzi di comunicazione di massa e ai social network.

Massimo Palermo è professore ordinario di Linguistica italiana all’Università per stranieri di Siena, dove dirige il Dipartimento di Ateneo per la Didattica e la Ricerca. Si occupa di storia della lingua italiana, descrizione dell’italiano contemporaneo, metodologie per l’insegnamento della lingua italiana a italiani e a stranieri.
Ha da poco pubblicato “Linguistica italiana” (Bologna, Il Mulino, 2015), un manuale universitario per lo studio della disciplina destinato anche a un pubblico più ampio di persone interessate allo sviluppo della nostra lingua. Sempre per la stessa casa editrice è uscito, nel 2013, una “Linguistica testuale dell’italiano” (2013). Fra le altre pubblicazioni recenti si segnalano “Insegnare italiano come seconda lingua” (Roma, Carocci, 2015, con Pierangela Diadori e Donatella Troncarelli) e una fortunata “Grammatica italiana di base” (Bologna, Zanichelli, con Pietro Trifone) giunta nel 2014 alla terza edizione.

(Pubblicato su Panorama)

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INSEGNANTE DI ITALIANO LINGUA SECONDA FACILITATORE LINGUISTICO
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