A New York va in scena il “make in Italy”

francesco semprini

Non solo arte, moda, design, cibo e vino, la lingua italiana si parla diffusamente anche nell’alta tecnologia: una mostra celebra i successi del passato e si apre agli studenti del futuro. Non solo arte, moda, design, cibo e vino, la lingua italiana si parla diffusamente anche nell’alta tecnologia. Una lezione questa che stanno imparando in presa diretta centinaia di ragazze e ragazzi studenti della lingua italiana nelle scuole di New York, New Jersey e Connecticut. La lezione è netta e di enorme impatto, ovvero oltre alle grandi arti nelle quali l’Italia eccelle in maniera affermata e consolidata da anni, ce n’è una che può apparire nuova ai più, ma in realtà non è così. A capirlo sono stati i giovani studenti, che vengono dalle scuole supportate dallo IACE – Italian American Committee on Education, ente no profit che opera sotto l’egida del Consolato di New York ed è presieduto da Berardo Paradiso -, i quali si sono recati in questi giorni all’Istituto italiano di cultura di New York dove è in scena “Make in Italy”.  L’iniziativa è stata fortemente voluta dalla console generale Natalia Quintavalle e organizzata insieme alla fondazione italiana omonima, con il supporto anche dell’Italian Heritage and Culture Committee of New York presieduto da Joseph Sciame. Lo spunto è la celebrazione di un evento importante nella storia della tecnologia mondiale: il lancio 50 anni fa, durante la World’s Fair a New York, della Programma 101, o semplicemente P101, creata da Olivetti. Ad avere la visione di un computer «da tavolo» fu un gruppo di «giovani folli» o «progettisti riottosi» dell’Olivetti, l’azienda famosa allora per le macchine da ufficio. A guidarli era Pier Giorgio Perotto e la storia di come hanno dovuto lottare – anche contro i vertici aziendali che non credevano nel loro progetto – è una bella fonte di ispirazione per gli studenti.  Fa vedere che se hai talento e nuove idee, e ci lavori con passione e determinazione, ce la puoi fare, sia se vivi in una piccola città come Ivrea, o a Cupertino nella Silicon Valley. La P101 fu subito un grande successo in America: fu comprata dalla NASA e usata per la missione Apollo che nel ’69 portò l’uomo sulla luna. Ma la mostra «Make in Italy» va ben oltre la P101 e infatti il suo titolo intero è «50 Years of Italian Breakthroughs: from the First PC to the First Space-Bound Espresso Machine» (sino al 25 novembre all’IIC di New York con ingresso a titolo del tutto gratuito). E’ una rassegna pertanto di molti altri contributi italiani al progresso tecnologico, come quello di Federico Faggin, il guru che nel 1971 all’Intel creò il primo microchip della storia. sino ad arrivare all’innovazione high-tech più recente la ISSpresso: la prima macchina da caffè espresso “spaziale”, sviluppata dalla società torinese di ingegneria aerospaziale Argotec in collaborazione con Lavazza. Per realizzarla, il suo inventore David Avino ha dovuto risolvere molti problemi legati al calore e alla pressione necessari per fare un espresso in condizioni di zero gravità. Ed ora la NASA ne sta comprando vari esemplari. Perché ricordare tutto questo? «Per definire l’identità di una comunità e a trovare una missione – spiega Riccardo Luna, Digital Champion d’Italia e co-curatore della mostra insieme a Maria Teresa Cometto -. Dobbiamo ricordarlo agli americani, ma anche a noi stessi, per dirci che possiamo giocare la partita del futuro».

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INSEGNANTE DI ITALIANO LINGUA SECONDA FACILITATORE LINGUISTICO
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