Italiano, lingua della pace: va bene anche il “ciaone”

di ILARIA DOTTA

Ciaone, chattare, spoilerare. E naturalmente, petaloso. Va bene tutto, purché la lingua si mantenga vitale. «Una lingua non può non inventare – assicura Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca -. Non c’è niente di male nell’uso dei neologismi. Possono essere trovate effimere oppure durature, ma a dircelo sarà solo il tempo». Ci sono però anche alcune parole che entrano nel vocabolario solo per «offrirci un alibi per parlare un’anti-lingua». Peggio ancora, ci sono termini che nascondono pericolose insidie. Come piccoli cavalli di Troia, nascosti nelle leggi più che tra hashtag e tweet.

GLORIA DEL PASSATO

«La storia dell’italiano – spiega Marazzini – si differenzia da quella delle altre lingue europee, perché i secoli più gloriosi e di maggior successo internazionale del nostro idioma sono stati proprio quelli in cui l’Italia, in quanto stato o nazione politica, non esisteva affatto. Verrebbe da dire che la storia linguistica italiana sta sotto il segno del paradosso – prosegue l’accademico -: una grande lingua con grandi successi internazionali senza lo stato, una piccola lingua in regresso con lo stato». Un processo difficilmente reversibile. «Di fronte all’invadenza dell’inglese, ci si può chiedere qualche sarà il futuro dell’italiano. Senza dimenticare che la lingua racchiude una parte non secondaria della nostra identità e che dovrebbe essere un importante strumento di integrazione».

Ma non sono solo le parole che ogni giorno si pescano dai vocabolari stranieri a mettere a rischio la lingua italiana. «Il problema vero – ammonisce Marazzini – è la disaffezione della classe dirigente. Troppe volte ci sentiamo dire che se vogliamo avere successo è necessario andare a studiare all’estero per imparare altre lingue». Lo studioso punta il dito contro «l’eccesso di forestierismi crudi, non adattati, nella pubblica amministrazione e nell’università». Parole straniere che, molto spesso, vengono usate solo per «rincorrere modelli che non sono i nostri – dice il presidente della Crusca – e che non sono necessariamente migliori». Termini a volte oscuri, il cui significato si allontana dalla traduzione letterale e che precludono a una parte della popolazione il diritto alla comprensione. Anche in settori delicati come la politica, l’economia e la scienza.

DA BOCCACCIO ALLA PIZZA

«vorrei riuscire a comunicare il senso profondo della storia della lingua italiana. Una lingua senza impero. Quasi tutte le altre lingue hanno conquistato il territorio viaggiando dietro ai fucili. L’italiano invece non deve nulla all’espansione politica, è una lingua con una storia culturale e pacifica». La lingua di Petrarca e Boccaccio, la lingua della musica (basti pensare a parole come allegro o andante). E la lingua dell’opera, del cinema e dell’enogastronomia. «Soprattutto del cibo – sottolinea Marazzini -. Non dimentichiamoci che la parola italiana più conosciuta all’estero continua a essere “pizza”».

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Il potere morbido dell’italiano: una questione di Testa – Intervista con la famosa esperta di comunicazione e tra le artefici della campagna “dilloinitaliano”

di Enza Antenos

Annamaria Testa sulle potenzialità ancora inespresse della nostra amatissima lingua: “La prima cosa certa è che l’italiano è molto studiato nel mondo. La seconda cosa certa è che non è di sicuro studiato per fare affari. Più che di ‘lusso’, a proposito dell’amore che per la nostra lingua hanno le persone di altri paesi, parlerei di seduzione. Il suono, prima di tutto: sembra che le nostre parole suonino più armoniose”

Perché siamo così attratti dalla lingua e cultura italiana?

In cosa consisteil fascino che trasmette agli stranieri?

Per capire la notevole influenza che l’Italia e l’italiano hanno su scala mondiale, abbiamo intervistato Annamaria Testa, un’italiana altrettanto affascinante.

Imprenditrice e docente universitaria, esperta di comunicazione e creatività, titolare dell’agenzia Progetti Nuovi, insegna presso l’Università Bocconi a Milano. Scrittrice prolifica di libri e articoli, nel suo campo accademico e professionale, sui quotidiani, su Internet, ed anche in versione cartacea. Chi scrive è rimasta incantata immediatamente quando l’aveva seguita negli Stati Generali a Firenze in ottobre 2016. Nel vederla così potente sul palco con i capi di grandi imprese multinazionali e il giornalista e scrittore Beppe Severgnini,  io, docente d’italiano ad un’università statale nel New Jersey, son rimasta affascinata dagli scambi di questa tavola rotonda sul ruolo della lingua italiana nel pubblicizzare le eccellenze italiane, ed i consigli di Testa per preservare la lingua italiana tramite il mondo d’affari.

Annamaria Testa, relativamente sconosciuta negli USA, tuttavia al livello internazionale è stimatissima per il suo prestigio da guru della pubblicità ed anche come forza trainante di varie iniziative sociali: sull’attivismo linguistico, sui diritti delle donne, sulla protezione dei bambini e sulla creatività. Con questa intervista che Annamaria Testa ha rilasciato a La Voce di New York, siamo lieti di poter presentare al nostro pubblico americano i suoi contributi e il suo impegno per la lingua e cultura italiana.

L’italiano è una lingua amata, non c’è dubbio. Se si pensa all’affermazione di Thomas Mann “la lingua degli angeli” (che diventa poi il titolo del libro di Harro Stammerjohann publicato dalla Crusca nel 2013), l’italiano è la lingua della musica, del cibo e altri aspetti culturali. Qual è il fascino dell’italiano a livello mondiale? È veramente un lusso la lingua italiana?

“La prima cosa certa è che l’italiano è molto studiato nel mondo. La seconda cosa certa è che non è di sicuro studiato per fare affari.
Più che di ‘lusso’, a proposito dell’amore che per la nostra lingua hanno le persone di altri paesi, parlerei di seduzione. Il suono, prima di tutto: sembra che le nostre parole suonino più armoniose. E poi, certo: ci sono la musica e l’arte, il cibo, la moda, l’arredamento e il paesaggio. Tutto questo rimanda a un’idea – e anche a un sogno – di desiderabilità e di bellezza.
Ci sono altri motivi: per esempio, il fatto che l’italiano sia la lingua ufficiale della Chiesa cattolica. Per esempio il fatto che l’italiano sia la vera lingua franca dei critici d’arte e dei direttori dei musei, che non riescono a considerarsi tali se non hanno compiuto studi in Italia, e che discorrono in italiano in qualsiasi parte del mondo si ritrovino, a Hong Kong o a Vancouver. Questo aneddoto mi è stato raccontato da una esponente del nostro Ministero degli Esteri, e l’ho trovato incantevole.
È proprio il Ministero degli Esteri a sottolineare che la nostra lingua è un importante strumento di potere morbido. Il concetto di soft power è stato formulato dal politologo Joseph Nye, docente ad Harvard, alla fine degli anni 80. Riguarda la capacità di esercitare influenza per ottenere i risultati voluti, anche senza esprimere potenza economica o militare.
Ed eccoci tornati alla seduzione. C’è una classifica internazionale del soft power, e nel 2016 l’Italia è undicesima, e sta guadagnando posizioni. Anche grazie alla bella lingua, e all’attrazione che suscita”. 

Esiste ancora questo fascino sul territorio nazionale? Cioè gli italiani amano la loro lingua?

“Alcuni italiani amano (e molto) la loro lingua. Ma non tutti. D’altra parte, una caratteristica deteriore del nostro comportamento nazionale consiste proprio nel sottovalutare sistematicamente quanto di bello e prezioso ci appartiene, spesso rinunciando a preservarlo e a valorizzarlo in maniera adeguata. Ma ho l’impressione che, anche se assai lentamente, la sensibilità diffusa si stia modificando, e che le persone comincino da una parte a prestare più attenzione al tema linguistico, dall’altra a manifestare più apertamente insofferenza nei confronti, per esempio, dell’itanglese: l’uso inutile ed esagerato di termini inglesi perfettamente sostituibili con corrispondenti termini italiani”.

Come si fa a spiegare dunque l’invasione degli anglicismi nella lingua italiana, persino da parte del governo? Lo slogan “inglese, internet, impresa” che come progetto educativo fu seppellito, persiste nel contesto socioculturale?

“La cosa curiosa è che gli italiani, che pure straparlano in itanglese, parlano molto poco le lingue straniere, inglese compreso. Cito solo alcuni dati Istat, tratti dal recente libro L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione: solo il 14,5 per cento degli italiani ha una conoscenza buona o ottima dell’inglese. Il 33,5 per cento ha una conoscenza appena sufficiente o scarsa. Il 50,4 per cento degli italiani non parla inglese per nulla. Il resto non risponde nemmeno.
Se teniamo conto di questi dati, capiamo bene che usare termini inglesi nei documenti ufficiali, o per nominare nuove leggi, è un fatto intrinsecamente antidemocratico, nella misura in cui impedisce a una larga parte dei cittadini di avere un’adeguata comprensione dei testi.
La cosa positiva, invece, è che l’uso dell’itanglese viene sempre meno visto come segno di modernità, internazionalità e cosmopolitismo, e sempre più come indizio di provincialismo, e di voglia di pavoneggiarsi e di gettare fumo negli occhi. E anche come segno di scarsa conoscenza del significato dei termini inglesi. Governo e ministeri sono stati aspramente criticati da molti per l’abuso dei termini inglesi”.

A proposito della campagna #dilloinitaliano. Siamo a due anni dal lancio della petizione, la quale aveva raggiunto velocemente il suo traguardo. Sono partite le iniziative? I risultati finora quali sono?

“Qualche risultato c’è stato: le firme sono state consegnate al Presidente Mattarella. L’Accademia della Crusca ha dato vita al Gruppo Incipit, il cui obiettivo è tenere sotto controllo i forestierismi di nuovo arrivo impiegati nell’ambito della vita civile e sociale, e individuare e proporre valide alternative italiane. Sono onorata di essere stata chiamata a farne parte.
La Corte Costituzionale ha di recente deliberato che le università non possono offrire corsi di laurea specialistica esclusivamente in inglese. Questo è un risultato importante, perché l’italiano è parte dell’identità sia individuale sia professionale: studiando la propria disciplina solo in inglese, i ragazzi si sarebbero trovati a perdere l’intero bagaglio dei termini specialistici italiani, e questo sarebbe stato un grosso danno, oltre che una fonte di infiniti possibili equivoci.
E ancora: sono usciti o stanno uscendo diversi libri che riprendono, ampliano e consolidano i temi e lo spirito della petizione.
Rispetto al nulla che c’era prima, è già qualcosa. Ovviamente non basta.
C’è, in fase avanzata di studio, un nuovo progetto che potrebbe aiutare a cambiare le cose, e che vede protagonista il gruppo Incipit. Mi auguro che si troveranno i fondi necessari a vararlo: dopotutto, basterebbe una cifra piuttosto contenuta”.

Ad ottobre agli Stati Generali, durante la tavola rotonda a cui ha partecipato con Andrea Illy (illycaffè), Olivier François (Fiat Chrysler), Clément Vachon (San Pellegrino) e Leo Gavazza (Bulgari), moderata da Beppe Severgnini, si cercava di sfidare le imprese proponendo di stabilire un manuale d’uso della lingua italiana nelle pubblicità. Sta prendendo piede questa proposta? Come si fa a cambiare le strategie delle imprese del marchio “Made in Italy”?

Attenzione: è un gelato da consumarsi a casa, e quindi palesemente rivolto non al pubblico dei turisti, ma a quello dei residenti milanesi. Escludendo il marchio “Magnum”, sulle 9 restanti parole ce n’è solo una (“nuova”) in italiano. E, se si tengono presenti i dati sulla conoscenza dell’inglese ricordati poco sopra, viene davvero da domandarsi il perché di questa scelta.
Tra l’altro: promuovere il buon italiano per i nomi dei prodotti del Made in Italy e per la loro comunicazione sarebbe anche un modo per contrastare il fenomeno dell’italian sounding: prodotti fintamente italiani, con nomi e confezioni fintamente italiane, venduti in tutto il mondo. È un mercato che, solo per il settore alimentare, vale 60 miliardi.
Ma val la pena di ricordare anche una nota positiva. Di recente Altagamma, l’associazione che raccoglie le imprese eccellenti italiane e le aiuta a fare rete, a crescere e a promuoversi nel mondo, ha deciso di affiancare al proprio nome una definizione in italiano, ed è un bel successo: Altagamma, cultura e creatività italiana”.

Ora ribaltiamo la situazione. Qualche mese fa avevo indagato gli italianismi presenti nelle attività (non compreso il settore cibo) a New York e ho presentato una guida semiseria alla lingua italiana, scoprendo che per chi vuole fare affari in zona sarebbe utile sapere l’italiano. Secondo lei, l’uso della lingua italiana a New York, in particolare da parte di chi non è italiano, cosa significa per la lingua italiana? Si nutre grande speranza che la lingua così amata all’estero possa essere salvata, e può darsi saranno gli stranieri a farlo?

“Già sarebbe interessante ricordare agli italiani provinciali ed esterofili che “a New York risuonano parole italiane”. In ogni caso, l’interesse degli stranieri per la nostra lingua è d’aiuto per mille motivi. Perché siamo molto attenti a quel che di noi si pensa all’estero. Perché siamo pronti a far nostre le mode, e se parlare in buon italiano diventasse di moda, ci adegueremmo”.

Un’ultima provocazione… insomma, pensare in italiano rende forse più creativi?

“Posso dirle che ogni lingua dà una forma speciale al pensiero. Sono le parole con cui nominiamo le cose, e le strutture linguistiche in cui inseriamo le parole, a guidare la cognizione, l’intuizione, l’associazione delle idee e l’invenzione.
Questo, da una parte, significa che poter pensare in più lingue (ma conoscendo bene ciascuna lingua!) può moltiplicare le prospettive creative. E che pensare in italiano può orientare e determinare anche lo specifico modo italiano di progettare e di inventare”.

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Il bilinguismo plasma la nostra concezione del tempo

Per esprimere la durata del tempo, lingue differenti ricorrono a rappresentazioni mentali diverse, basate sulla distanza o sul volume. Una barriera che le persone bilingui non avvertono

di DAVIDE MICHIELIN

Se  siete inglesi, quella dedicata al caffè sarà una pausa ‘breve’. Se invece siete spagnoli, o italiani, definirete lo stesso intervallo come una ‘piccola’ pausa. Ciò che potrebbe sembrare un dettaglio non influente, nasconde una diversa concezione del tempo che, radicata nel linguaggio, influenza la nostra intera percezione.

A sostenerlo, uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Psychology da Panos Athanasopoulos, professore di Linguistica all’Università di Lancaster, e il collega Emanuel Bylund dell’Università di Stoccolma basato su soggetti bilingui.

Il cervello dei bilingui è abituato a saltare rapidamente da un vocabolario all’altro, spesso inconsciamente, in un fenomeno chiamato “code-switching”. Tuttavia, lingue diverse possono basarsi su punti di vista differenti che condizionano l’organizzazione di ciò che ci circonda. I ricercatori si sono perciò interrogati se la transizione da una lingua all’altra comporti in questi soggetti anche un cambio di prospettiva. I ricercatori si sono concentrati sulla diversa rappresentazione dello scorrere del tempo, sottoponendo alcuni volontari bilingui per lo svedese e lo spagnolo a una serie di esperimenti.

Al pari degli inglesi, gli svedesi percepiscono il trascorrere del tempo come uno spostamento spaziale. Linguisticamente, la durata degli eventi fa perciò riferimento a distanze fisiche come appunto, una ‘breve’ pausa oppure un ‘lungo’ matrimonio. Così non è per spagnoli, greci e italiani che associano la durata a un aumento di volume, preferendo formule come ‘piccola’ pausa e ‘grande’ matrimonio’.

Negli esperimenti, i soggetti bilingui dovevano quantificare la durata di un intervallo di tempo basandosi sul progressivo allungamento di una linea oppure sul graduale riempimento di un volume, entrambi proiettati su uno schermo ma non necessariamente sincronizzati tra loro. Le istruzioni erano fornite in spagnolo, attraverso il comando ‘Duración’, oppure in svedese, attraverso la parola ‘Tid’ che significano entrambi ‘durata’.

Quando il comando era dato in spagnolo, i volontari basavano la propria stima sul riempimento del contenitore, senza essere influenzati dalla progressione della linea. Viceversa, se il segnale era fornito in svedese, essi erano portati a valutare l’avanzamento della linea, ignorando il contenitore.

“Che i bilingui saltino, inconsciamente e senza sforzo, tra metodi diversi di stimare il tempo dimostra la facilità con cui il linguaggio può insinuarsi nei nostri sensi più elementari” ha spiegato Athanasopoulos. Secondo i ricercatori, questi risultati sono la prova che il code-switching non si limita alla flessibilità del linguaggio ma, a seconda del contesto, comporta pure la transizione tra dimensioni percettive differenti.

“Lo studio di Athanasopoulos conferma l’importanza del linguaggio anche dal punto di vista cognitivo e la capacità che esso ha di plasmare la nostra mente” commenta Maria Vender, ricercatrice in Psicolinguistica all’Università di Verona. “L’essere costantemente esposti a due sistemi linguistici porta il bilingue, da un lato a sviluppare una sensibilità più sofisticata alle strutture della lingua, e dall’altro a dover costantemente inibire la lingua che non sta utilizzando in un dato momento”.

In questa ottica, il bilinguismo rappresenta un’esperienza preziosa e in grado di modificare la struttura della nostra mente, il nostro modo di pensare, percepire, reagire agli stimoli, passare rapidamente da un compito all’altro, subendo in misura minore l’interferenza di stimoli irrilevanti. “Questa flessibilità cognitiva sembra conferire una maggiore abilità di concentrarsi solamente sugli stimoli rilevanti nonché una migliore efficienza nel passare da un compito all’altro” conclude Vender.

(Repubblica.it 29/5/2017)

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Parlo, dunque comunico? Ecco cosa succede quando proviamo a comunicare

Siamo coscienti di quello che succede nella nostra mente, quando proviamo a comunicare?
Tante parole possono dire poco. Allo stesso modo, poche parole, usate con cura, possono essere dense di significato. Noi abbiamo scelto la seconda opzione.
E abbiamo scelto di spiegarvelo con le parole di Bernard Werber, autore e giornalista francese.
Come lui, siamo convinti che alla base di ogni comunicazione ci sia quello che potremmo definire “paradosso comunicativo“.
Perché:

“Tra
Quello che penso
Quello che voglio dire
Quello che credo di dire
Quello che dico
Quello che vuoi sentire
Quello che credi di sentire
Quello che senti
Quello che vuoi capire
Quello che credi di capire
Quello che capisci

ci sono dieci possibilità di avere difficoltà a comunicare.
Ma proviamoci ugualmente…”

(liberamente tradotto da: “Nouvelle encyclopédie du savoir relatif e absolu”, Editions Albin Michel, 2009)

La comunicazione è un atto di coraggio!

by Redazione Discentes

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Il potere morbido della lingua italiana

L’italiano, lingua degli angeli per Thomas Mann, è la lingua più romantica del mondo secondo un sondaggio di qualche anno fa rivolto a 320 linguisti dall’azienda londinese Today translations, che offre traduzioni e interpreti in oltre 200 lingue.

Questa è in sé una notiziola curiosa e niente più, ma ci aiuta a prendere in considerazione una questione più generale, e degna di nota. La lingua italiana è, per gli stranieri, sommamente attrattiva: non a caso è la quarta (o quinta) lingua più studiata al mondo. Per capire che cosa della nostra lingua piace così tanto basta scorrere una delle molte liste di ragioni per imparare l’italiano che si trovano in rete.

Per esempio, la lista pubblicata dall’università di Princeton dice in primo luogo che l’italiano è sonoro e bellissimo, ed è la lingua di riferimento per chi ama l’arte, la musica, l’architettura, l’opera, il cibo… molte delle cose piacevoli della vita, insomma.

Dice che l’italiano è la lingua più vicina al latino, e che il 60 per cento del vocabolario inglese deriva dal latino: quindi imparare l’italiano aiuta anche a parlare meglio l’inglese. E ricorda che nelle università statunitensi le iscrizioni ai corsi di lingua italiana stanno crescendo.

L’attrattività di una lingua non è strettamente proporzionale alla numerosità dei parlanti. “Studiare l’italiano non è come studiare l’urdu, diciannovesima lingua più parlata al mondo (l’italiano è diciottesimo)”, dice Dianne Hales, autrice di La bella lingua. Con l’italiano “entri in contatto con la storia, l’arte, la religione, la musica, il cibo, la moda, il cinema, la scienza – tutto ciò che la civiltà occidentale ha inventato”.

Sembra però che a noi italiani, che (più o meno) parliamo italiano da sempre, di tutto questo importi poco.

Usare il soft power permette di ottenere risultati ‘risparmiando sia i bastoni, sia le carote’

Del resto, una nota caratteristica del comportamento nazionale consiste nel sottovalutare sistematicamente ciò che di bello e desiderabile ci appartiene, dal paesaggio all’arte allo stile di vita, dalla creatività all’intraprendenza, alla lingua, appunto, rinunciando quindi a valorizzarlo in maniera adeguata. Rinunciando, poi, a praticare le indispensabili opere di manutenzione, materiali e immateriali. E rinunciando perfino a essere, giustamente, orgogliosi.

Ci converrebbe cambiare atteggiamento, però.

Il fatto è che la capacità attrattiva di una lingua è un importante fattore di soft power. I paesi anglofoni lo sanno fin dai tempi della guerra fredda. Lo sa la Cina, che sta facendo grandi sforzi per diffondere lo studio del cinese. E la faccenda del soft powerè tutt’altro che banale.

Soft power non ha, per ora, una traduzione accreditata. In rete ho trovato “potere morbido”, “potere leggero”, “potere pacifico” e perfino “potere soffice”. Qui scelgo di usare “potere morbido” in alternanza con l’assai più diffuso termine inglese.

Il concetto di soft power è stato formulato verso la fine degli anni ottanta da Joseph Nye, politologo e docente ad Harvard. In una brillante Ted conference, Nye definisce il potere come “nient’altro che la possibilità di influenzare gli altri per ottenere i risultati voluti”.

Si può esercitare potere, dice Nye, in tre modi: con il bastone, cioè minacciando e usando la forza. Con la carota, cioè usando il denaro. Ma c’è un terzo modo: convincere gli altri a desiderare spontaneamente di fare quello che vogliamo che facciano. E questo è soft power: pura capacità seduttiva. Se l’hard power della forza muove la gente a spintoni, il soft power la attira suscitandone il consenso.

In sostanza, il concetto di soft power ci fa capire che la seduzione è tanto potente quanto la coercizione o il denaro. E forse ancora più potente, perché più sottile e permanente. Nye aggiunge che usare il soft power permette di ottenere risultati “risparmiando sia i bastoni, sia le carote”.

Percezione e conoscenza
Poiché il soft power è fatto di reputazione e di desiderabilità, una nazione lo può esercitare in modo efficace perfino senza essere una grande potenza economica o militare. Esiste una classifica internazionale del soft power: nel 2016 l’Italia è undicesima, prima della Spagna e dopo i Paesi Bassi, e sta guadagnando posizioni.

Promuovere la lingua italiana (e magari cominciare a trattarla meglio, anche in patria) può aiutarci ad avere prestigio nel mondo e ad accrescere il nostro soft power. E, diciamolo: per l’Italia promuovere l’italiano, già in sé così desiderabile, è molto più facile di quanto non sia per il Pakistan promuovere l’urdu. O per la Cina promuovere il cinese.

Ma non solo: promuovere l’italiano può aiutare le nostre imprese a diffondere e difendere i loro prodotti all’estero, posizionandoli nel segmento alto di gamma per il solo fatto di essere autenticamente italiani. Promuovere l’italiano (e usarlo per i nomi dei prodotti, per la pubblicità, per i marchi…) aiuta anche a contrastare il fenomeno deteriore dell’italian sounding: prodotti fatti all’estero, che si vestono di italianità proprio “parlando” italiano. È uno scherzo che vale 60 miliardi di euro e 300mila posti di lavoro.

La percezione è (anche) un fatto cognitivo, e non solo sensoriale.

Vuol dire che è influenzata da quanto ogni persona crede, pensa e sa, e dalle aspettative che ha. Per questo, nel mondo, l’aroma di un caffè con un nome italiano è percepito come migliore, un abito con un marchio italiano appare più elegante, un oggetto con un nome italiano appare più bello, un’auto con un nome italiano appare più desiderabile. Le aziende straniere lo sanno, e sarebbe meglio se anche le aziende italiane se ne ricordassero sempre.

Di tutto questo – e immagino, di molto altro – si parlerà nel corso della seconda edizione degli Stati generali della lingua italiana nel mondo. Chi vuole, può seguire in diretta l’intera manifestazione sul sito esteri.it. Chi vuole, può anche dare un’occhiata al neonato portale della lingua italiana.

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Parole del futuro: tra post verità e nuove tecnologie

Internet ha cambiato la lingua italiana che è diventata globale e iconica. E per impararla occorre tornare sui banchi di scuola. Changes ne ha parlato con Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca

La lingua italiana è la più studiata nel mondo dopo inglese, spagnolo e cinese secondo una ricerca della Farnesina ma gli italiani sembrano essersi dimenticati come si parla e, soprattutto, come si scrive. Tanto che un gruppo di docenti universitari, accademici della Crusca, filosofi ed economisti – tra cui Massimo Cacciari, Ilvo Diamanti, Carlo Fusaro e Paola Mastracola – hanno denunciato con una lettera al Governo italiano la situazione di semi-analfabetismo in cui versano gli studenti universitari italiani colpevoli di scrivere male, leggere poco ed esprimersi ancora peggio.

Il punto è proprio lo studio dell’italiano e l’influenza che le nuove tecnologie e i nuovi media hanno avuto e hanno sull’evoluzione del linguaggio parlato e scritto. «Oltre a cercare di tenere in vita lo studio dell’italiano fuori dei nostri confini nazionali, appoggiandolo all’esportazione di nostri “prodotti”, per la vitalità della lingua deve contare ancor più un suo uso saldo ed efficace all’interno della comunità nazionale», ha detto a Changes Francesco Sabatini, linguista, filologo e lessicografo, presidente onorario dell’Accademia della Crusca e autore del manuale Lezioni di italiano (Mondadori) . «Il concetto di “terza” o “quarta” o “quinta” lingua più studiata nel mondo fuori dei propri confini nazionali non è affatto chiaro. Fino a una decina o quindicina di anni fa, chi in Europa o in America studiava una o più lingue straniere metteva in fila le più note cinque lingue di cultura d’Europa (inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco), ma restava sempre da vedere quale percentuale numerica spettava alla penultima o all’ultima (3 o 4 o 5%)», ha detto Sabatini. «Negli ultimi tempi sono entrate in gara, a livello planetario, anche russo, portoghese, arabo, cinese. È probabile che di qui a qualche anno il numero di coloro che studieranno una di queste altre lingue, fuori dei confini della patria di origine, supererà di molto quello di chi studia l’italiano».

Insomma, litaliano anche fuori dai confini rischia di diventare una lingua residuale nel tempo. Ma il dibattito su quale sarà la lingua del futuro e quali le parole che useremo nel quotidiano è aperto e vivissimo, proprio a causa dell’irrompere delle nuove tecnologie che hanno dato vita a un “italiano digitale”. Lo dimostra il Convegno dal titolo Parole O_Stili dove, il 17 e 18 febbraio 2016 a Trieste, in ben nove panel di discussione è aperto il confronto sul linguaggio e lo stile con il quale stare su Internet.

Nell’arco di pochi mesi l’iniziativa ha raccolto l’adesione di oltre 300 tra comunicatori, politici, docenti, influencer della Rete e professionisti della comunicazione. «Parole O_Stili nasce dalle riflessioni di alcuni professionisti della Rete stanchi di dover lottare ogni giorno contro un clima respingente e aggressivo, dove il confronto lascia il passo all’aggressività e all’offesa», ha detto a Changes Rosy Russo, ideatrice del progetto e del convegno di Trieste. «Noi siamo convinti che sia possibile cambiare lo stile con il quale viviamo le nostre relazioni digitali attraverso un uso accurato delle parole e abbiamo deciso di fare qualcosa di concreto per diffondere il virus positivo dello “scelgo le parole con cura”. Non vogliamo stigmatizzare dei comportamenti o evocare censure ma creare consapevolezza e sensibilità sul tema dell’ostilità nel linguaggio».

Italiano del futuro: accanto a nuove parole colte convivono gli emoticon

Al termine della discussione, alla presenza della Presidente della Camera Laura Boldrini, a Trieste è attesa la presentazione del Manifesto della comunicazione non ostile, una carta che raccoglierà gli spunti e le riflessioni raccolti online, con l’ambizione di arginare e combattere le pratiche e i linguaggi negativi della Rete. Il lavoro degli esperti digitali e di comunicazione riuniti a Trieste ha riportato in primo piano la difficoltà e la necessità di trovare punti di riferimento affidabili in una società soverchiata dall’eccesso di dati e informazioni. Diventa più facile comprendere le parole del sociologo Derrick De Kerckhove quando dice che nel futuro sarà sempre più importante farsi le domande giuste; e non si può non concordare con il linguista, scomparso a inizio 2017, Tullio De Mauro, che, invece, insisteva sulla lucidità del pensiero applicata alla parola, anche nell’accuratezza della scelta.

Si ha l’impressione che solo il rigore e l’onestà intellettuale possano salvare un’umanità schiacciata tra la fatica (talvolta l’impossibilità) di verificare  le proprie fonti di conoscenza nell’era della post verità e l’incapacità di generare pensiero critico attraverso l’uso consapevole del linguaggio. «La scuola, dove si sviluppano le competenze linguistiche di tutti gli individui, dovrebbe rendere più evidente ed esplicita la nozione che il “pensar bene” è fortemente legato al dominio della lingua verbale, orale e scritta», ha sottolineato Sabatini. «Gli altri linguaggi, per quanto espressivi o immediati, non forniscono lo stesso supporto alla formazione e comunicazione di pensieri articolati e complessi. Vale per ogni forma di conoscenza (di sé, degli altri, del mondo) ciò che Condillac disse della scienza (intesa appunto largamente): “scienza è una lingua ben costruita».

Le molte pressioni che l’uso della lingua comune subisce per effetto della velocità immessa dalle tecnologie dell’ultimo secolo (o, un po’ più indietro, dall’invenzione del telegrafo e del telefono) hanno, da una parte, diffuso sempre più una lingua più ridotta, dall’altra accresciuto la circolazione di parole di ogni provenienza. «Perché questi nuovi fattori di cambiamento non corrodano lo spessore e la resistenza della lingua occorre un’azione di sempre maggiore consapevolezza rivolta soprattutto alle generazioni che per natura “vanno più avanti”. Nasce da questa situazione la necessità di una scolarizzazione più lunga, più intensa e più attrezzata», ha detto Sabatini.

La necessità di una scolarizzazione più lunga si avverte ancora più pressante quando, in cicli economici stagnanti o depressivi, le parti sociali più danneggiate rallentano la propria evoluzione linguistica: il linguaggio si impoverisce e l’approccio alla conoscenza si semplifica «I processi economici in generale, e in particolare i rapidi cambiamenti nel mondo dell’economia influiscono sull’uso della lingua soprattutto perché creano movimenti nella struttura sociale, possono cioè avvicinare o distanziare tra loro gli strati sociali preesistenti, con i conseguenti riflessi nelle loro condizioni culturali e quindi anche nelle loro abitudini linguistiche», ha specificato Sabatini. «La maggiore diffusione della ricchezza avvicina le classi sociali in tutti i loro comportamenti, mentre la concentrazione della ricchezza porta a tipi di vita diversi. Nella lingua tutto ciò si riflette automaticamente, anche se i processi richiedono del tempo».

Nell’analisi che il presidente onorario della Crusca fa dell’italiano ai tempi del digitale, emerge come non ci siano dubbi sul fatto che l’uso dei mezzi digitali e la comunicazione che viaggia su di essi abbia prodotto dei fenomeni di unificazione linguistica. L’uso del cellulare, per esempio, accomuna individui di ogni stato sociale e Paesi diversi come forse non era mai accaduto prima. «Le differenze linguistiche si spostano in altri campi: l’acquisto di una cultura più ampia, meno connessa con la tecnologia, più “disinteressata” come ad esempio l’apprendimento di più lingue – meta non raggiungibile da tutti – o di un linguaggio più sofisticato», ha sottolineato Sabbatini. «Proprio le cosiddette “parole del futuro” campionate da Tullio De Mauro (come flessicurezza, captologia, e così via.) sono appannaggio di persone colte e disposte a fare confronti e indagini sul loro retroterra in altre lingue, sull’intenzione di chi le usa, e così via».

Accanto a “parole del futuro” colte ci sono evidenti segnali di involuzione linguistica e il ritorno a forme di comunicazione più “accessibili”, come l’oralità, con i messaggi vocali, le immagini e i video. Dobbiamo credere che l’immagine tornerà ad avere il sopravvento sulla parola? «Le nuove tecnologie della comunicazione a distanza hanno potenziato, di volta in volta, secondo le caratteristiche del mezzo, ora l’oralità, ora la scrittura», ha aggiunto Sabatini. «Telefono, radio, cinema e televisione hanno potenziato al massimo l’oralità e l’immagine (parlante). Le tecnologie informatiche hanno riportato in valore la scrittura. Il computer ha creato una folla di cosiddetti scrittori». La lingua scritta, dunque, è ancora considerata un valore, anche ai tempi dei digital influencer, che si tratti di rappresentare la realtà o soltanto qualcosa di verosimile.

14/02/17

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L’esercito degli alunni online non smette di imparare: come iniziare a seguire un corso online?

Sono 35 milioni i “learners” nel mondo: crescono le piattaforme per seguire corsi online, sempre più qualificati. E scendono in campo le grandi università, anche in Italia.

Se incontri il Buddha per strada, uccidilo. Spiegava Sheldon Kopp, in un libro intitolato proprio così, che per diventare adulti realizzati è necessario superare il mito del maestro e smetterla di fare il discepolo. A dargli retta, online ci sarebbe proprio da fare una metaforica carneficina. A fine 2015 risultavano essersi iscritti ad almeno uno degli oltre 40mila corsi online gratuiti qualcosa come 35 milioni di allievi, e questo fa pensare anche ad un certo numero di maestri virtualmente accessibili 24/7, pronti a dare un certificato e complimentarsi con chi ha fatto i compiti e superato l’esame.

Il mondo della formazione permanente gratuita è vasto, attraente, giovane. La data di nascita ufficiale dei Massive Open Online Courses, per tutti Mooc, è il 2012, quando i colossi dell’istruzione statunitense (Harvard e Mit da una parte con la piattaforma edX, Stanford dall’altra con Coursera) hanno dichiarato al New York Times il numero dei propri alunni (370mila edX, un milione e 700mila Coursera). Oggi all’orizzonte si affaccia ben altro: la prima piattaforma cinese è XuetangX, già 5 milioni di learners e una crescita così vertiginosa da contare un milione in più solo nell’ultimo mese. C’è una particolarità da non sottovalutare, però: accede solo chi capisce e sa leggere il mandarino.

DA CHE PARTE COMINCIARE?

Basta andare su uno dei tripadvisor per lezioni online, Coursetalk o Class Central, per avere un’idea dell’offerta: in novembre partiranno 1200 corsi, di cui 127 al debutto; tra le tante proposte c’è anche la possibilità di frequentare quelli col maggior gradimento e che quindi vengono riproposti. Uno di questi è Life of happiness and fulfillment di Rajagopal Raghunathan dell’Università del Texas a Austin, che riesce a coniugare in modo intelligente produttività e felicità, ed è stato valutato da 75mila scolari come uno dei migliori del 2015, mantenendosi al primo posto nella top ten per diverse settimane. Ma il vero fuoriclasse è Learning How to Learn di Barbara Ann Oakley dell’UC San Diego, un milione di matricole solo nel primo anno: registrato con webcam e realizzato con mezzi quasi improvvisati e un costo irrisorio, deve il suo successo a ingredienti di prima qualità: competenza, chiarezza concettuale e metodo, il tutto offerto con leggerezza e ironia.

STIAMO CRESCENDO ANCHE NOI

Eduopen, lanciato lo scorso aprile, è il progetto sostenuto dal Ministero dell’Istruzione e in pochi mesi ha già messo insieme ottimi numeri come 14mila iscritti e 68 insegnamenti offerti da 14 università italiane; altre stanno per aggiungersi con l’idea di fare di Eduopen la piattaforma italiana di riferimento per i Mooc.

Del resto l’impostazione scelta (lezioni partecipative e tutorato) ha portato atassi di completamento anche del 25%, davvero altissimi, vista la difficoltà nota a chiunque di impegnarsi sul serio in qualcosa che non costa niente. Sullo scenario italiano c’è anche Ca’ Foscari Open Knowledge e Federica.eu dell’Università degli Studi di Napoli; La Sapienza e Bocconi si appoggiano invece alla piattaforma Coursera e il Politecnico di Milano propone il suo Pok (Polimi Open Knowledge, 50mila iscritti e 16 corsi) con offerte diversificate per studenti, insegnanti, ricercatori. Su tutto vigila Emma (European Multiple Mooc Aggregator) il progetto triennale di ricerca finanziato dall’Unione Europea.

cMOOCs o xMOOCs? Per alcuni corsi basta un’ora e mezza alla settimana, altri ne richiedono anche otto o dieci tra video, composizione di testi, letture, quiz: prima di avventurarsi, bisogna valutare il tempo a disposizione. Una volta scelto l’argomento, articolato in genere tra le 4 e le 12 settimane, si può cominciare a studiare: materiali testuali, video sottotitolati (8-10 minuti la durata ottimale, ancor meglio se interpuntati da domande), gruppi di discussione, quiz sui temi svolti, pagellino progressivo, esame finale, e spesso anche email che ricordano di completare i compiti entro la data di consegna.

La distinzione fondamentale, a parte le capacità del singolo docente di bucare il video e mantenere viva l’attenzione dei suoi allievi, è tra il modello cognitivo tradizionale degli xMooc, caratterizzati da lezione frontale e quindi focalizzati sul contenuto, e i cMooc, che puntano invece sulla conoscenza ‘generativa’ ed enfatizzano al massimo la connessione, la formazione peer to peer, la partecipazione ai gruppi di discussione e ai numerosi social network collegati.

STUDENTI ALTERNATIVI

Parte da qui, da questa feconda connettività, una conseguenza della rivoluzione digitale destinata a irradiare l’intero sistema educativo: è l’esigenza di estendere l’offerta per accontentare i crescenti gruppi di alunni non tradizionali. Che studiano nel tempo libero come assaggio preuniversitario, per fare carriera o trovare lavoro o cambiarlo senza perdere il posto, per tenersi aggiornati, o anche solo perché studiare mantiene giovani.

È un’utenza trasversale per età, interessi, provenienza geografica come conferma Tommaso Minerva, coordinatore di Eduopen, che con l’80% di iscritti cosiddetti non tradizionali sta indirizzandosi verso una formazione qualificata destinata alla popolazione. Sulla stessa linea, Susanna Sancassani, responsabile di Metodi e Tecnologie Innovative per la Didattica del Politecnico di Milano, immagina l’espansione dei corsi di alfabetizzazione sociale pensati per i cittadini.

Manca ancora un nome per questo gruppo eterogeneo – popolazione, cittadini, in pratica, lifelong learners – destinato a crescere visto che nella società del 2050 ci saranno più ultrasessantacinquenni che bambini in prima elementare, e gli scolari virtuali potrebbero essere più numerosi di quelli tra i banchi di scuola. Un mondo intero fatto di studenti, che bellezza! Con buona pace di Sheldon Kopp e di tutti i Buddha liberi di circolare per strada.

La Stampa, 14/11/2016

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Ecco quanto consuma il cervello

Osservare, ascoltare, interpretare i messaggi che ogni giorno arrivano al nostro cervello, pianificare adeguate strategie di comportamento. Tutto questo ci costa il 20% dell’energia totale spesa dal corpo che è largamente a carico del lavoro che svolgono le sinapsi.  Il punto di contatto attraverso il quale le cellule nervose comunicano fra loro. Ne abbiamo un milione di miliardi.  I messaggi ricevuti possono essere fissati in un fugace ricordo oppure, tramite processi di consolidamento, essere trattenuti nel magazzino della memoria a lungo termine. In che cosa consistono queste tracce? Dove andiamo a cercarle in questo immenso labirinto?

Una prima risposta venne negli Anni 60 del secolo scorso dalla scienziata canadese Brenda Milner che identificò nella corteccia dell’ippocampo la sede dove giungono le informazioni per essere elaborate e poi trasferite nel serbatoio delle memorie a lungo termine. Poco dopo un gruppo di fisiologi dell’Università di Oslo dimostrarono che in questa corteccia era possibile con adeguati stimoli indurre risposte sinaptiche che aumentavano di ampiezza e l’aumento persisteva per almeno dieci ore dopo la fine della stimolazione. Al cambiamento fu dato il nome di potenziamento sinaptico a lungo termine o Ltp.

Oggi è ben assodato che le sinapsi che si formano in varie parti della corteccia cerebrale tra la parte terminale di un assone e le protuberanze dei dendriti dei neuroni, dette spine, sono molto plastiche e aumentano di volume in base alle nostre esperienze quotidiane. Tuttavia, era chiaro fin dall’inizio che i cambiamenti espansivi della sinapsi non potevano durare all’infinito e che dopo questa prima fase qualche altro meccanismo doveva portare a un ridimensionamento senza compromettere la memoria a lungo termine dell’evento attraverso il consolidamento. Chiara Cirelli e Giulio Tononi, due cervelli in fuga che lavorano Centro del Sonno e della Coscienza a Madison nel Winsconsin, hanno fornito una terza pietra miliare in questa storia: il ridimensionamento e il consolidamento avvengono durante il sonno e su questa base hanno proposto l’ipotesi della omeostasi sinaptica.

Nel lavoro pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista Science, i due autori, con un gruppo di collaboratori, hanno fornito la prova analizzando i cambiamenti che avvengono nella corteccia cerebrale del topo durante la veglia e il sonno con un sofisticato microscopio elettronico per ricostruire in tre dimensioni le spine dendritiche con le loro sinapsi. In questi esperimenti hanno dimostrato che nel sonno il volume delle spine e la superficie del contatto sinaptico si riducono di quasi il 20%. In conclusione, la spina dendritica alberga l’informazione per poche ore e la funzione del sonno è di ripristinare la struttura sinaptica per permetterle di affrontare una nuova avventura al risveglio. Gli autori sostengono che il sonno è il costo che il cervello deve pagare per essere in grado ogni mattino, al risveglio, di imparare nuove cose e affrontare un ambiente che cambia continuamente. Impariamo ogni giorno durante la veglia principalmente tramite Ltp con un rafforzamento e un ingrandimento delle sinapsi, ma poi è obbligatorio dormire, e se la veglia si protrae troppo a lungo tutto il nostro cervello va in tilt.

Secondo la loro ipotesi le sinapsi si saturano e i neuroni cominciano a rispondere troppo e anche a stimoli non appropriati, causando una riduzione del rapporto segnale/rumore. Il sonno è il momento migliore per rinormalizzare le sinapsi perché quando dormiamo prestiamo meno attenzione al mondo esterno e non siamo miopicamente focalizzati sui dettagli della situazione attuale. Questa normalizzazione offre numerosi vantaggi: le informazioni appena apprese vengono integrate con quello che già sappiamo, ciò che è irrilevante viene dimenticato, e si creano nuovi spazi per ciò che impareremo domani. Un interessante dettaglio dello studio è che il processo di normalizzazione interessa l’80% delle sinapsi. Le altre sono molto grandi e forse sono associate ad albergare le nostre memorie più durature.

La Stampa, febbraio 2017

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Parlare più lingue protegge dall’Alzheimer. Merito di modificazioni metaboliche e strutturali del cervello

Il bilinguismo protegge dalla comparsa della malattia di Alzheimer e in chi parla due lingue si presenta più in là con gli anni e con sintomi meno intensi. Questo dato interessante, emerso da uno studio sul metabolismo e la connettività cerebrale di 85 pazienti con Alzheimer di cui metà bilingue, costituisce un passo avanti nella comprensione dei meccanismi neurobiologici alla base della cosiddetta «riserva cognitiva», così importante nel rallentare il fisiologico declino cognitivo dovuto all’età e nel prevenire e nel posticipare l’esordio di una malattia per la quale non esistono ancora trattamenti efficaci.

LA RICERCA DELL’IRCCS OSPEDALE SAN RAFFAELE

Studi recenti hanno dimostrato che parlare più lingue allontana il rischio di Alzheimer e che alcuni tipi di demenze senili compaiono con un ritardo di circa 5 anni nei bilingue rispetto ai monolingue. Gli autori dello studio apparso su PNAS guidati dalla professoressa Daniela Perani, direttrice dell’Unità di Neuroimaging molecolare e strutturale in vivo nell’uomo dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, hanno visto che i pazienti bilingue (originari dell’Alto Adige e parlanti italiano e tedesco) hanno ottenuto punteggi più alti in alcuni test di memoria verbale e visuo-spaziale.

Inoltre, dato solo apparentemente controintuitivo, questi pazienti nonostante le migliori prestazioni cognitive hanno un metabolismo (rilevato attraverso una tecnica di imaging chiamata FDG-PET) gravemente ridotto in alcune aree cerebrali colpite dalla malattia e una maggior connettività nelle aree del controllo esecutivo e del default mode network. «È proprio perché una persona bilingue è capace di compensare meglio gli effetti neurodegenerativi della malattia di Alzheimer» spiega Daniela Perani «che il decadimento cognitivo e la demenza insorgeranno dopo, nonostante il progredire della malattia».

MAGGIORE ATTIVITA’ METABOLICA

La compensazione è resa possibile, ipotizzano gli autori dello studio, dalla presenza di una maggiore attività metabolica nelle strutture cerebrali frontali– implicate in compiti cognitivi complessi e una maggiore connettività cerebrale in due importanti network cerebrali che sottendono le funzioni di controllo cognitivo ed esecutivo.

LA META’ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE È BILINGUE

Il multilinguismo è un argomento studiato e analizzato ormai da tanti punti di vista (anche se la sua capacità di garantirci una mente sana e in forma ad ogni età è stata anche sopravvalutata) complici non solo le minoranze linguistiche del nostro paese ma anche la società sempre più multietnica nella qualche viviamo. Oltre la metà della popolazione mondiale è bilingue: parlare due o più lingue ormai è la norma nella maggior parte dei paesi del mondo.

CI VUOLE UNA PRATICA CONTINUA NELL’UTILIZZO DELLE DUE LINGUE

Non sembra probabile che tutti coloro che imparano una seconda lingua, per lavoro e per vivere, siano protetti contro l’Alzheimer. E non è fondamentale aver appreso da piccoli la lingua (bilinguismo precoce). Come spiegano i ricercatori, la portata delle diversità metaboliche e di connettività del cervello bilingue, quindi il livello di protezione contro l’Alzheimer, aumenta all’aumentare della pratica del bilinguismo, cioè del ricorso ad entrambe le lingue nel corso dell’intera esistenza dell’individuo.

«Più le due lingue sono utilizzate, maggiori sono gli effetti a livello cerebrale e migliore è la performance – spiega la professoressa Perani – Il punto non è quindi conoscere due lingue, ma usarle costantemente in maniera attiva e durante tutto l’arco della vita. Questo dovrebbe suggerire alle politiche sociali degli interventi atti a promuovere e mantenere l’uso delle lingue e altrettanto dei dialetti nella popolazione». Il tema passa quindi dalle basi neurobiologiche delle capacità bilingui alle considerazioni linguistiche e sociologiche.

La Stampa, 3.02.2017

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Studio: uso di lingue straniere migliora percezione del rischio

Un gruppo di ricerca internazionale sta cercando di capire come lo studio e l’uso di lingue straniere possano modificare la capacità delle persone di prendere decisioni.University of Chicago

Un gruppo di ricerca formato da studiosi dell’università statunitense di Chicago (University of Chicago) e dell’università spagnola Pompeu Fabra sta conducendo uno studio per capire come l’uso di una lingua straniera possa influenzare la nostra percezione del rischio e il nostro giudizio morale e, conseguentemente, la nostra capacità di prendere decisioni.
In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “Trends in Cognitive Science”, i ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che l’uso di lingue straniere cambi inevitabilmente il nostro modo di percepire il rischio e di esprimere un giudizio morale.
“Gli Stati Uniti – ha dichiarato il coordinatore della ricerca Boaz Keysar – sono un paese di immigranti. Il suo elettorato è composto da persone che non sempre parlano l’inglese come madrelingua e le loro decisioni politiche potrebbero essere influenzate da questo fattore. Gli effetti sulla società determinati dal fatto che le persone parlano una lingua straniera potrebbero essere molteplici”.
Secondo gli autori della ricerca quando siamo costretti ad affrontare una difficile situazione in una lingua straniera, siamo in grado di farlo con meno emotività rispetto a quando lo facciamo nella nostra lingua materna.
Ciò dipenderebbe dal fatto che quando impariamo una seconda lingua generalmente lo facciamo in un’aula dove il coinvolgimento emozionale è minore rispetto a quello della vita reale. Ciò ci permetterebbe di acquisire una distanza psicologica rispetto agli eventi che ci darebbe una maggiore lucidità al momento di prendere una decisione.

© Informalingua

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