Corre sui muri la lingua italiana

Da Lecce a Milano, le pareti delle città sono ormai pagine di un libro a cielo aperto ricco di versi di autori ignoti. Un ricercatore universitario ha raccolto i più interessanti

di Alberto Fraccacreta

SI RITIENE CHE soltanto i grandi poeti abbiano uno spiccato senso della lingua. E che la letteratura sia appannaggio di una non meglio precisata élite culturale. È davvero così? Se il rimanere fissi nelle proprie convinzioni costringe l’interlocutore a parlare con il muro, per una volta è il caso di assecondarlo. Lungo la periferia di Brindisi, Genova e tante altre città, nel tratto lieve di edifici abbandonati e non negli scarabocchi vandalici che infestano le vie del centro, è possibile ammirare le frasi di autori anonimi, inconsapevoli di sciorinare invenzioni linguistiche e temi filosofici che rasentano la genialità. È il caso esemplificativo di «Macerie, resti. Ma c’eri e resti». Questo piccolo miracolo – sul web attribuito al batterista Roberto Ragazzo – appartiene al campo dell’anfibologia, espressione contenente doppiezza sintattica e dunque interpretabile diversamente a seconda del modo di leggere. Lo stesso dicasi per «Lotterò. L’otterrò. Lo terrò», ripresa dal rapper Marracash, «Chiamate chi amate» e «Resistiamo. Esistiamo. Esitiamo. E sì ti amo». L’anfibologia, come rammenta il linguista Saussure, è ben salda nella cultura europea: fu codificata da Quintiliano e utilizzata ampiamente da Petrarca nel Canzoniere (Laura, l’aura). I POETI MUROFILI non si fermano qui. L’esempio più celebre di paronomasia da parete è una battuta che utilizza lo spettro della metaletterarietà: i muri che raccontano se stessi, «Muri puliti, popoli muti». Una confusa dichiarazione d’amore in forma di malapropismo, ossia di buffo scambio di parole, è invece «Solo tu fai al caos mio». Soluzione simile per «Tiro a campari», nel quale la bevanda supplisce con sapida leggerezza alle difficoltà del campare. Il procedimento che sfrutta la figura etimologica, cioè l’utilizzo della medesima radice in due termini contigui, riguarda «Il sistema non sistema», dove la ripetizione indica anche un cambiamento di senso. Aposiopesi, detta più comunemente reticenza, per «Ci penso…». Si tratta del conte Ugolino? Non lo sapremo. La variazione sul tema è «Ti penso raramente» (da una canzone di Biagio Antonacci, per altro), quando appare chiaro che lo scrittore in questione – come il Dylan di Most of the time – pensa spesso alla sua donna, lasciando signorilmente intendere l’opposto. Solida esecuzione della metafora con «Sei il quadro giusto per il mio chiodo fisso».

LO SLANCIO IPERBOLICO agisce in «Mi dispiace dirtelo ma tra noi è infinita», nonché una buona dose di coraggio. Ebbra ma lusinghiera similitudine da eroe bukowskiano per «Ti proteggerò come proteggo il drink passando tra la gente in discoteca». L’emblema di queste trovate lessicali è, tuttavia, il secco «Pedonami», che Joyce avrebbe certamente inserito in Finnegans Wake. Madornale errore ortografico o astuta (e inquietante) fusione di due verbi, «perdonami» e «pedinami»? L’uso austero della sinestesia – il trasferimento di una percezione a un altro dominio sensoriale –, mutuato da Gibran, permea «Ascoltami quando ti guardo, non quando ti parlo».

DAI GIOCHI LINGUISTICI si passa a formule per incisività non lontane dalla più florida tradizione occidentale: «Se niente dura per sempre, vuoi essere il mio “niente”?» assomiglia alle meravigliose lettere “non d’amore” di Sklovskij. Tentativi di superamento della psicanalisi in «Un sogno fatto due volte è un bisogno», nel quale vi è un forte bisticcio tra bi-sogno (sogno ripetuto) e bisogno (effetto dell’attività onirica). L’asemantico, ovvero corretto grammaticalmente però privo di senso, «Sulla cresta una storia onesta» farebbe invidia alla lingua transmentale di Chlebnikov. «Decidono le donne»: sentenza dal sapore amaro e veritiero, riassume l’intera poetica provenzale in una battuta. La contrapposizione irriducibile d’idee, caratteristica dell’ultimo Montale, è presente in «Zitto e urla» e «Spero sia un abbaglio tutta questa oscurità», che ricorda «il sereno è la più diffusa delle nubi» di Satura. Un Esopo esistenzialista si cela dietro «La morale è che non c’è nessuna favola». Così come un Cavalcanti postmoderno trova materia di sbigottimento per dire «Hai occhi illegali». Illusioni leopardiane da Sabato del villaggio per l’icastico «Ubriacati e scrivimi»; scacco delle possibilità à la Kierkegaard con «Tutto si risolverà in un modo o nell’alcool». Flaiano apprezzerebbe sicuramente la cruda ammissione Dell’amore ho solo le maniglie, titolo del libro di StarWalls, collettivo di lettori metropolitani, edito da Piemme. Il paradosso dell’attesa, tipico di Wilde (ed è infatti una criptocitazione), si riverbera in «Se non ci metti tanto, ti aspetto tutta la vita». Diogene il cinico condividerebbe senz’altro che «Nulla ci perseguita quanto ciò che non diciamo». Feroce critica con punte gramsciane in «È tutto loro quello che luccica». Rivalse da beckettiano fin de partie per «Ho perso una serie incalcolabile di treni ma arriverò anch’io». Molte ancora sono le frasi scritte da acutissimi aedi on the road, ignari di se stessi. Sì, la poesia è in tutti. Basta avere gli occhi aperti per lasciarsi illuminare. E, come recita una pagina Facebook, saper leggere «sempre ciò che il muro ti dice».

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Sfatare il mito del congiuntivo

Non sta scomparendo, e nemmeno i linguisti sono sicuri delle regole per utilizzarlo. Dunque, possiamo anche rilassarci.

Di Andrea Beltrama

In principio era Fantozzi: i “batti lei” e “vadi, contessa, vadi,” simbolo di un disperato desiderio di ascesa sociale. Poi sono arrivati tweet e meme: vivisezioni aggressive di dichiarazioni pubbliche, pronte a evidenziare con sdegno gli indicativi fuori luogo. Infine, la canzone di Lorenzo Baglioni a Sanremo: un po’ ironica, un po’ saputella. Pronta a ricordarci che dire che io fossi è garanzia di successo sul lavoro, ma pure in amore. Insomma, cambiano i tempi, ma non la sostanza: il congiuntivo continua a ossessionarci. Da un lato è tocco di raffinatezza, capitale culturale. Dall’altro è una trappola sempre pronta a colpire: basta uno scivolone per esporci al ludibrio. La costante paura della figuraccia nasconde però un problema serio: il culto del congiuntivo rastrella adepti in tutte le fasce di popolazione, eppure poggia su basi fragili. Più ideologiche che empiriche, come da tempo ci ripetono i linguisti. E allora, vale forse la pena consmiderare un approccio diverso, basato non sulla paura della matita blu, ma sulla consapevolezza critica che, in fondo, stiamo solo parlando di un modo verbale. Di cui sappiamo molto meno di quanto crediamo.

Prendiamo il mantra più comune: il congiuntivo è in pericolo, ed è nostro dovere morale provare a salvarlo. È la logica che motiva una curiosa forma di mobilitazione sociale, esplosa recentemente sotto forma di gruppi Facebook, comitati, rubriche. Ma l’estinzione è davvero dietro l’angolo? Innanzitutto, l’uso del congiuntivo italiano continua a essere piuttosto vitale, come ammesso anche dalla Crusca e ben spiegato da questo pezzo sul Corriere della Sera. La regressione è molto più evidente in francese, per fare un esempio. Ma c’è un aspetto ancora più intrigante della vicenda: molti di noi, spinti dal panico, si rifugiano infatti nell’ipercorrezione, ovvero l’estensione del congiuntivo a contesti in cui l’indicativo sarebbe smaccatamente più naturale. Sono i casi che alcuni opinionisti, come Beppe Severgnini, chiamano “congiuntivite”, tra cui il “Meno male che Renzi sia stato fischiato” di Carlo Sibilia. È una forma d’ansia tipicamente indotta dalle forme linguistiche socialmente prestigiose, non solo in italiano. Ad esempio, William Labov, linguista della University of Pennsylvania, ha mostrato in un celebre studio che gli esponenti della classe media newyorkese mettevano le “r” ovunque per emulare lo stile delle classi sociali superiori, inclusi contesti dove i loro modelli non le usavano proprio.

E così, la retorica dell’estinzione, potenziata dall’ansia da prestazione, sta portando a due effetti paradossali. Primo, il congiuntivo potrebbe addirittura espandersi, occupando nicchie nuove alle spese di altri modi verbali: sentire adesso uscite come quelle di Sibilia ci fa venire da ridere, ma fra una cinquantina d’anni, con l’uso ripetuto, potrebbero diventare sempre più normali. Secondo, si è sviluppata di una forma di irritazione verso l’interlocutore affetto da congiuntivite: fa la figura dello smanioso infiltrato che, alla cena di gala, tradisce a ogni gesto la sua estraneità a quell’ambiente. Il risultato è che un campo già ricco di polemiche e conflitti si sta arricchendo di un nuovo elemento di divisione, complicando le nostre conversazioni, e minando ulteriormente la nostra sicurezza.

Ma le crepe del culto vengono alla luce anche quando pensiamo agli usi più normali, scevri da ipercorrezione. Prendiamo, ad esempio, l’idea che associa il congiuntivo con lo sforzo, l’indicativo con il risparmio. È la dottrina con cui Crusca spiega il fatto che molti verbi italiani —specialmente quelli di opinione come credere o pensare —  vengono usati con entrambi i modi (qui la nota ufficiale). L’idea è semplice: il congiuntivo è difficile da coniugare, cognitivamente complesso; l’indicativo invece è facile, prevedibile. Per questo, spinti dal risparmio energetico, tendiamo ad usare il secondo al posto del primo. È una spiegazione allettante, ma subdolamente denigratoria, perché implica che l’indicativo sia una sorta di congiuntivo for dummies, un surrogato che consente di esprimere la stessa idea con meno sforzo.

Peccato che, secondo molti linguisti, i due modi non siano assolutamente interscambiabili. Alda Mari, ricercatrice italiana del CNRS a Parigi, suggerisce che c’è una sottile, cruciale differenza tra di loro: l’indicativo serve a esprimere una propria convinzione personale; il congiuntivo suggerisce invece che ci sia una verità oggettiva, e che chi parla si stia impegnando a ricercarla. Questo, secondo Mari, ci permette di imprimere diverse sfumature ai nostri messaggi, insulti compresi. Dire credo che tu sei un cretino, ad esempio, è meno offensivo di dire credo che tu sia un cretino: nel primo caso è pura opinione di pancia; nel secondo ha il sapore agghiacciante di un giudizio supportato da alacre ricerca empirica. In sostanza: trattare l’indicativo come surrogato del congiuntivo non è solo un torto nei confronti dell’indicativo. È anche una rappresentazione errata di ciò che succede nella lingua, la cui grammatica mette a nostra disposizione sofisticate risorse per comunicare, che noi possiamo modulare in base ai nostri scopi. Anche decidendo quale modo verbale usare.

C’è infine un ultimo aspetto del problema, forse il più assurdo. Tutti vogliono usare bene il congiuntivo; eppure, nessun linguista ne ha ancora decifrato la logica. Cosa hanno in comune i verbi che reggono il congiuntivo? E cosa li differenzia da quelli che prendono l’indicativo? Mentre gli esperti continuano a dibattere, nessuna delle ricette che ci vengono imposte sembra funzionare. Qualcuno dice che il congiuntivo è il modo dell’irrealtà. Eppure viene usato con verbi come mi sorprendo o mi rallegro, che presuppongono invece che l’evento di cui si parla sia effettivamente accaduto. Qualcuno dice che marca la soggettività. Eppure lo troviamo anche con verbi come è certo o è fuori di dubbio, che rimandano a una verità verificata esternamente da più persone. Senza dimenticare che un verbo come sognare, irreale e soggettivo, prende stabilmente l’indicativo. Insomma, dal punto di vista grammaticale, rimaniamo di fronte a un oggetto in buona parte misterioso, come e più di quanto non accada nelle altre lingue romanze.

Ma se questa incertezza contribuisce a rendere il fenomeno  affascinante — c’è una mole impressionante di articoli scientifici in materia — ci permette di sconfessare un’ultima idea: quella secondo cui la differenza tra congiuntivo e indicativo si possa descrivere con regole precise, che basta imparare con un po’ di buona volontà. Lungi dall’avere un criterio affidabile, tutto quello su cui possiamo contare sono liste di situazioni in cui usare ciascun modo verbale, verbo per verbo, congiunzione per congiunzione. Che però sono artificiali, difficili da imparare. E alla prova dei fatti poco utili, visto che il confine tra di loro è spesso sfumato.

In attesa di capirne di più, conviene dunque tirare un sospiro, e armarci di sano distacco. Il congiuntivo non sta sparendo; non è un cugino nobile dell’indicativo; e non è nemmeno governato da regole così chiare. Pertanto, usarlo come pretesto per punzecchiare il prossimo non solo serve a poco, ma potrebbe addirittura essere controproducente. Meglio abbracciarne la complessità, allora, e prenderlo per quello che è: un modo verbale come gli altri. Sfuggente, utile, complesso, ma senza nulla di sacro.

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Lingua italiana, così evolve sui social network

di Vera Gheno, docente universitaria, membro della redazione di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca

I social sono accusati di distruggere l’italiano. In realtà la nostra lingua, immutata per secoli, sta dimostrando ottima capacità di adattamento ai nuovi media.

Di lingue o linguaggi della rete e dei social network si parla e si scrive da tempo, in termini non sempre positivi. Soprattutto nella percezione comune, ciò che sembra succedere alla lingua in rete è visto come un processo di distruzione dell’italiano “come lo conosciamo e come l’abbiamo studiato”, una sua corruzione rispetto a un’età dell’oro in cui invece le persone conoscevano bene la norma, la applicavano, usavano il congiuntivo e, in generale, erano più acculturate ed educate di oggi.

Chi si occupa a livello specialistico di lingua, in particolare, tra tutti i tipi di linguisti, il sociolinguista, spesso manifesta invece quasi una fascinazione per ciò che la comunicazione in rete rappresenta e per quello che può raccontare delle persone. Ma per capire chi ha ragione, se i detrattori o i sostenitori, occorre fare un passo indietro, e chiedersi come si sia arrivati alle manifestazioni linguistiche che vediamo su Facebook, Twitter, Instagram e gli altri social.

Guardare al passato per capire il presente

 

Per capire il presente, come sempre conviene dare un occhio al passato. Una delle caratteristiche della nostra lingua è il suo essere come un bel cappotto conservato per molto tempo in naftalina: per secoli, l’italiano è stato la lingua d’uso quotidiana solo di una piccolissima minoranza; si consideri che al tempo dell’unità d’Italia gli italofoni erano calcolati tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione. Questo ha fatto sì che si sia preservato praticamente immutato nel corso dei secoli, senza subire le modifiche che derivano normalmente dall’uso vivo di una lingua da parte di un largo numero di parlanti. Occorre arrivare agli anni Sessanta del Novecento per l’italofonia piena, raggiunta di fatto grazie ai mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la TV. Il maestro Alberto Manzi, in quegli anni, svolse un’incommensurabile opera di alfabetizzazione delle fasce della popolazione che per questioni anagrafiche non avevano avuto accesso alla scuola ed erano rimaste quasi completamente analfabete, attraverso il suo popolarissimo programma Non è mai troppo tardi.

Perché l’evoluzione della lingua italiana sembra così veloce

Ma che cosa può significare oggi, a livello di competenze linguistiche, che per seicento anni l’italiano non sia stato la lingua quotidiana degli italiani, e che sia assurto a lingua nazionale solo negli ultimi sessant’anni? Strutturalmente, questo ha fatto sì che l’italiano rimanesse pressoché immobile, uguale a sé stesso, nel corso dei secoli, soprattutto a livello di norma. Non è un caso, del resto, se noi italiani riusciamo a leggere testi scritti settecento anni fa con facilità: si pensi solo all’incipit della Divina Commedia e riflettiamo se sembra davvero un testo così datato. Solo quando gli italiani sono diventati davvero italofoni, sono iniziati i cambiamenti linguistici che, in altri idiomi, hanno avuto luogo gradualmente nel corso di molto più tempo. In altre parole, l’italiano ha iniziato a cambiare velocemente da poco più di mezzo secolo, senza che la norma, e la scuola, riuscissero a stare davvero al passo.

Questo ha comportato che la competenza linguistica delle persone sia stata portata a polarizzarsi su due estremi. Da una parte la norma alta, imparata a scuola, quella che serve per leggere i classici del passato e magari per fare bene i temi; dall’altra parte, invece, la “lingua della strada”, quella parlata e decisamente più parlata che scritta) quotidianamente, con tutte le deviazioni dallo standard ben note a tutti: dal lui usato al posto di egli alle frasi topicalizzate (la spesa l’ho fatta ieri) alla semplificazione del paradigma verbale (si pensi solo ai molti usi dell’imperfetto, come quello di cortesia, per es. volevo un etto di prosciutto, o in alcuni tipi di ipotetiche, come se lo sapevo non venivo, o alla sostituzione del futuro con il presente, in frasi come domani vado), dal perché che tende a essere usato al posto di un ventaglio di congiunzioni come affinché in modo che all’impiego massiccio di parole generiche come cosafattoroba.

Non tutto quello che devia dalla norma è errato

Questa lingua “deviata dalla norma” non ha trovato a lungo riscontro nelle grammatiche scolastiche; tuttavia, negli anni Ottanta, i linguisti hanno sentito il bisogno di definire un nuovo standard linguistico, per non lasciare l’idea che tutto quanto esuli dalla norma scolastica sia errato tout court: questo italiano non standard, ma nemmeno sbagliato, è stato chiamato italiano neostandard (da Gaetano Berruto), italiano dell’uso medio (da Francesco Sabatini) o italiano tendenziale (da Alberto Mioni) (cfr. scheda Treccani sull’italiano standard, par. 4): è un italiano in qualche modo modificato dall’inedita pressione degli italiani sulla loro lingua madre, non più solo lingua della cultura e dei colti, ma davvero usata da tutti, colti e meno colti, per ogni genere di attività.

L’italiano dei social network

Tutto questo ci porta alla situazione del presente: ciò che vediamo sui social network oggi è diretta conseguenza di quanto detto finora. Un italiano che è stato esposto a cambiamenti sin troppo veloci per essere metabolizzati pacificamente dai suoi parlanti, ma che dimostra la sua salute nella capacità di adattarsi ai nuovi media. Italiani, in compenso, che da molti decenni mostrano una regressione culturale esplicitata ad esempio dai rilevamenti ISTAT. Questo porta a un’incertezza comunicativa che talvolta si esprime attraverso il fastidio, l’irrigidimento su posizioni antistoriche e la paura del cambiamento: chi si sente insicuro è portato a preferire la staticità, anche in campo linguistico. Sintetizzando con le parole del 2013 di Tullio De Mauro, l’italiano sta bene, sono gli italiani a non stare benissimo(culturalmente parlando), e ne vediamo le conseguenze a livello linguistico.

Ciò che per il linguista è dunque un’evoluzione, o perlomeno un cambiamento comprensibile, provocato sulla lingua dal grande e inedito numero di parlanti, per il parlante stesso è fonte di perplessità e di preoccupazione nei confronti del proprio idioma.

Di cosa parliamo, quando parliamo di lingue social

In primo luogo, definire queste forme di comunicazione come “nuovi media” non ha ormai molto senso. Non sono fenomeni nuovi, se solo si pensa che la “nonna” di Internet, Arpanet, è nata a fine anni Sessanta, mentre il www risale all’inizio degli anni Novanta. Perfino i social esistevano in altre forme sin dall’inizio degli anni Ottanta.

Specificamente riguardo alla lingua dei social, sono circa vent’anni che questi fenomeni linguistici sono noti e studiati in Italia:la prima monografia italiana sull’argomento è Il parlar spedito, di Elena Pistolesi, del 2004; anche se si occupava di email, sms e chat di fatto rilevava e descriveva già le stesse caratteristiche linguistiche che troviamo sui social oggi. Il cambiamento maggiore avvenuto in rete è il passaggio da una fruizione limitata, elitaria, alla “rete in tasca di tutti”. Vedremo, proseguendo, come l’allargamento dell’utenza abbia influito sulla lingua stessa, e forse non nel modo in cui si potrebbe immaginare.

È comunque di fatto impossibile parlare di una “lingua della rete”; gli ambienti comunicativi online sono ormai talmente variegati che anche solo nei differenti contesti social si possono ricreare tutti i registri e gli stili che si riscontrano in contesti comunicativi più tradizionali. Oggi, gli studi consultabili sono molti, anche solo concentrandosi sull’italiano (qui uno speciale Treccani del 2010), a dimostrazione del fatto che l’importanza di questo ambito linguistico è ormai saldamente riconosciuta.

“e-taliano”: l’italiano né scritto né parlato, ma digitato

Il primo aspetto da considerare è che tutto il sistema linguistico delle lingue social poggia sull’italiano neostandard, con una particolarità: mentre siamo abituati alla ricorrenza di tutta una serie di elementi che si discostano dallo standard nel parlato, lo siamo molto meno nello scritto. Insomma, leggere scritte certe costruzioni, certi usi verbali, certe frasi apparentemente sciatte provoca più di una perplessità, che non avremmo nei confronti di una comunicazione parlata.

Questa strana commistione di scritto e parlato ha spinto i linguisti a usare a lungo definizioni come parlato-scrittocreolo scritto-oralediscorso digitato eccetera; oggi, questa visione delle lingue della comunicazione mediata come una specie di incrocio tra scritto e orale è stata almeno in parte superata. Giuseppe Antonelli, linguista che da tempo studia questi fenomeni, ritiene ad esempio che l’italiano che si incontra sui social e non solo sia il primo vero italiano scritto informale, dopo secoli nei quali la scrittura è sempre stata considerata un contesto ad alta formalità. Il linguista lo chiama e-taliano ed enfatizza la sua caratteristica di non essere né davvero scritto né davvero parlato, quanto piuttosto digitato; attività, questa, che attiva parti diverse del cervello rispetto alla scrittura manuale (che quindi ovviamente è da conservare e preservare accanto a quella digitata).

In ogni caso, neanche i fruitori stessi dei nuovi media assegnano a queste varietà linguistiche lo statuto di scritto, il che comporta una grande libertà ortografica e sintattica nella costruzione del messaggio (“l’importante è che si capisca”, si difendono molti), ma anche altrettanta libertà nei contenuti: ci si permette di scrivere cose che forse sarebbe meglio non mettere per iscritto, dato che, nonostante la sensazione di volatilità, ciò che digitiamo in rete ha non solo una vita lunghissima, ma anche un’altissima e facilissima replicabilità, sotto forma di inoltro oppure di screenshot: insomma, digitata manent.

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Smart Education, il vecchio professore va in soffitta

In un mondo stravolto dalle tecnologie digitali, i metodi di apprendimento, la scuola e le università non potevano restarne al di fuori. I Millennial non sono più gli studenti di 20 anni fa. L’esperienza di Andrea Cioffi, fondatore di “Enjoy Your Learning”

«Se l’arte di insegnare è concepita come missione per trasferire qualcosa di più a chi ti ascolta, non è possibile non essere coinvolti nell’innovare i contenuti e le modalità evocative cha siano in linea con chi ascolta». Parola di Andrea Cioffi, docente di Digital Communication Management del corso di laurea magistrale in Comunicazione per l’impresa, i media e le organizzazioni dell’Università Cattolica di Milano. E fondatore di Enjoy Your Learning, associazione no profit nata per sviluppare percorsi didattici e di apprendimento innovativi e sostenibili. O meglio, quella che viene definita “smart education”un modello di didattica più vicino alle caratteristiche delle nuove generazioni native digitali.

In un mondo stravolto dalle tecnologie, i metodi di apprendimento, la scuola e le università non potevano restarne al di fuori. I Millennial non sono più gli studenti di 20 anni fa, non fanno più ricerche sulle enciclopedie e usano la tecnologia per esprimersi. Tantomeno lo fanno i componenti della Generazione Z. Il metodo di insegnamento unidirezionale, teorico e poco pratico, insomma, da solo non può più funzionare.

Internet ha disperso i contenuti, che non si trovano più in un’aula o sui libri della biblioteca. Smartphone e tablet sono diventati strumenti centrali per esprimersi e accedere alla conoscenza. Non solo. Esistono piattaforme collaborative per la didattica, sui banchi sono apparsi i QR code per avere accesso e condividere i contenuti, e per fare un ripassino ci sono piattaforme che offrono video lezioni online. Persino le università devono ormai competere con le nuove formule di apprendimento in Rete (e-learning), che offrono corsi spendibili nel mondo del lavoro e con costi minori. Tanto che il National Center for Academic Transformation negli Stati Uniti ha spinto gli atenei a sperimentare metodi di insegnamento innovativi che avessero al centro l’utilizzo di nuove tecnologie. Il risultato è che in media i costi sono stati tagliati del 38%, con un miglioramento delle percentuali di superamento degli esami e della soddisfazione degli studenti.

«I nuovi media hanno contaminato molto le dinamiche di apprendimento», spiega Cioffi, anche autore del libro Enjoy Your Learning, pubblicato per Erickson. «L’apprendimento va oltre la lezione, nasce prima e termina dopo sui social media. Ecco perché la componente video, un tassello importante del visual learning, è molto importante. Le nuove tecnologie permeano il contesto di apprendimento e non dovrebbero essere vietate in aula, come spesso si pensa, ma sfruttate come strumenti per imparare».

Se l’arte di insegnare è concepita come missione per trasferire qualcosa di più a chi ti ascolta, non è possibile non essere coinvolti nell’innovare i contenuti e le modalità evocative cha siano in linea con chi ascolta

Andrea Cioffi, Università Cattolica di Milano

Solo sviluppando percorsi didattici innovativi, si possono formare studenti in grado di adattarsi a un mondo e un mercato del lavoro in continua evoluzione. Ecco perché, spiega Cioffi, un metodo didattico innovativo «deve mettere i ragazzi al centro e non più gli insegnanti. In questo nuovo contesto il docente non è più una figura autoritaria, ma una guida e un accompagnatore nell’apprendimento, all’interno di uno scambio bidirezionale».

Il modello di smart education di Enjoy Your Learning si basa sull’apertura al mondo del lavoro e delle imprese, sul forte orientamento all’uso dei social media e delle nuove tecnologie e sull’uso dei nuovi media (soprattutto quelli audiovisivi) all’interno della didattica. […]

Cosa si impara con un metodo del genere? «I ragazzi di solito studiano il “cosa”, la teoria. Questo metodo è concentrato anzitutto sul “come” si fa qualcosa. Siamo davanti a una dimensione più pragmatica dell’apprendimento», spiega Cioffi. «Inoltre si affinano soft skill come il parlare in pubblico, il lavoro di gruppo e sotto pressione, e con un focus sul risultato. Tutte cose che dovranno essere messe in pratica ogni giorno in azienda».

Un metodo didattico innovativo deve mettere i ragazzi al centro e non più gli insegnanti. In questo nuovo contesto il docente non è più una figura autoritaria, ma una guida nell’apprendimento, in uno scambio bidirezionale

Andrea Cioffi, Università Cattolica di Milano

Ma l’Italia com’è messa nello sviluppo della smart education? «Siamo forti nelle scuole primarie e secondarie», dice Cioffi. Tra le migliori scuole italiane, individuate come “scuole changemaker” dalla organizzazione no profit Ashoka, ce ne sono diverse che hanno sviluppato metodi didattici ultrainnovativi. Una su tutte, l’istituto Ettore Majorana di Brindisiprima scuola a usare l’oculus rift. Qui sono state addirittura abolite le cattedre e l’intero ambiente della classe è stato strutturato per favorire una didattica di tipo collaborativo. Al centro dell’aula c’è un’agorà dove gli studenti presentano i propri lavori. Uno spazio è riservato al montaggio dei video e un altro al relax. L’istituto ha lanciato anche un progetto (Book in Pogress) che permette ai docenti di collaborare tra loro per produrre i libri di testo, anche in digitale. E, risparmiando sui libri, le famiglie possono investire nei supporti educativi tecnologici come i tablet. Che non sono assolutamente vietati in classe. Anzi.

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Italiano, lingua della pace: va bene anche il “ciaone”

di ILARIA DOTTA

Ciaone, chattare, spoilerare. E naturalmente, petaloso. Va bene tutto, purché la lingua si mantenga vitale. «Una lingua non può non inventare – assicura Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca -. Non c’è niente di male nell’uso dei neologismi. Possono essere trovate effimere oppure durature, ma a dircelo sarà solo il tempo». Ci sono però anche alcune parole che entrano nel vocabolario solo per «offrirci un alibi per parlare un’anti-lingua». Peggio ancora, ci sono termini che nascondono pericolose insidie. Come piccoli cavalli di Troia, nascosti nelle leggi più che tra hashtag e tweet.

GLORIA DEL PASSATO

«La storia dell’italiano – spiega Marazzini – si differenzia da quella delle altre lingue europee, perché i secoli più gloriosi e di maggior successo internazionale del nostro idioma sono stati proprio quelli in cui l’Italia, in quanto stato o nazione politica, non esisteva affatto. Verrebbe da dire che la storia linguistica italiana sta sotto il segno del paradosso – prosegue l’accademico -: una grande lingua con grandi successi internazionali senza lo stato, una piccola lingua in regresso con lo stato». Un processo difficilmente reversibile. «Di fronte all’invadenza dell’inglese, ci si può chiedere qualche sarà il futuro dell’italiano. Senza dimenticare che la lingua racchiude una parte non secondaria della nostra identità e che dovrebbe essere un importante strumento di integrazione».

Ma non sono solo le parole che ogni giorno si pescano dai vocabolari stranieri a mettere a rischio la lingua italiana. «Il problema vero – ammonisce Marazzini – è la disaffezione della classe dirigente. Troppe volte ci sentiamo dire che se vogliamo avere successo è necessario andare a studiare all’estero per imparare altre lingue». Lo studioso punta il dito contro «l’eccesso di forestierismi crudi, non adattati, nella pubblica amministrazione e nell’università». Parole straniere che, molto spesso, vengono usate solo per «rincorrere modelli che non sono i nostri – dice il presidente della Crusca – e che non sono necessariamente migliori». Termini a volte oscuri, il cui significato si allontana dalla traduzione letterale e che precludono a una parte della popolazione il diritto alla comprensione. Anche in settori delicati come la politica, l’economia e la scienza.

DA BOCCACCIO ALLA PIZZA

«vorrei riuscire a comunicare il senso profondo della storia della lingua italiana. Una lingua senza impero. Quasi tutte le altre lingue hanno conquistato il territorio viaggiando dietro ai fucili. L’italiano invece non deve nulla all’espansione politica, è una lingua con una storia culturale e pacifica». La lingua di Petrarca e Boccaccio, la lingua della musica (basti pensare a parole come allegro o andante). E la lingua dell’opera, del cinema e dell’enogastronomia. «Soprattutto del cibo – sottolinea Marazzini -. Non dimentichiamoci che la parola italiana più conosciuta all’estero continua a essere “pizza”».

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Il potere morbido dell’italiano: una questione di Testa – Intervista con la famosa esperta di comunicazione e tra le artefici della campagna “dilloinitaliano”

di Enza Antenos

Annamaria Testa sulle potenzialità ancora inespresse della nostra amatissima lingua: “La prima cosa certa è che l’italiano è molto studiato nel mondo. La seconda cosa certa è che non è di sicuro studiato per fare affari. Più che di ‘lusso’, a proposito dell’amore che per la nostra lingua hanno le persone di altri paesi, parlerei di seduzione. Il suono, prima di tutto: sembra che le nostre parole suonino più armoniose”

Perché siamo così attratti dalla lingua e cultura italiana?

In cosa consisteil fascino che trasmette agli stranieri?

Per capire la notevole influenza che l’Italia e l’italiano hanno su scala mondiale, abbiamo intervistato Annamaria Testa, un’italiana altrettanto affascinante.

Imprenditrice e docente universitaria, esperta di comunicazione e creatività, titolare dell’agenzia Progetti Nuovi, insegna presso l’Università Bocconi a Milano. Scrittrice prolifica di libri e articoli, nel suo campo accademico e professionale, sui quotidiani, su Internet, ed anche in versione cartacea. Chi scrive è rimasta incantata immediatamente quando l’aveva seguita negli Stati Generali a Firenze in ottobre 2016. Nel vederla così potente sul palco con i capi di grandi imprese multinazionali e il giornalista e scrittore Beppe Severgnini,  io, docente d’italiano ad un’università statale nel New Jersey, son rimasta affascinata dagli scambi di questa tavola rotonda sul ruolo della lingua italiana nel pubblicizzare le eccellenze italiane, ed i consigli di Testa per preservare la lingua italiana tramite il mondo d’affari.

Annamaria Testa, relativamente sconosciuta negli USA, tuttavia al livello internazionale è stimatissima per il suo prestigio da guru della pubblicità ed anche come forza trainante di varie iniziative sociali: sull’attivismo linguistico, sui diritti delle donne, sulla protezione dei bambini e sulla creatività. Con questa intervista che Annamaria Testa ha rilasciato a La Voce di New York, siamo lieti di poter presentare al nostro pubblico americano i suoi contributi e il suo impegno per la lingua e cultura italiana.

L’italiano è una lingua amata, non c’è dubbio. Se si pensa all’affermazione di Thomas Mann “la lingua degli angeli” (che diventa poi il titolo del libro di Harro Stammerjohann publicato dalla Crusca nel 2013), l’italiano è la lingua della musica, del cibo e altri aspetti culturali. Qual è il fascino dell’italiano a livello mondiale? È veramente un lusso la lingua italiana?

“La prima cosa certa è che l’italiano è molto studiato nel mondo. La seconda cosa certa è che non è di sicuro studiato per fare affari.
Più che di ‘lusso’, a proposito dell’amore che per la nostra lingua hanno le persone di altri paesi, parlerei di seduzione. Il suono, prima di tutto: sembra che le nostre parole suonino più armoniose. E poi, certo: ci sono la musica e l’arte, il cibo, la moda, l’arredamento e il paesaggio. Tutto questo rimanda a un’idea – e anche a un sogno – di desiderabilità e di bellezza.
Ci sono altri motivi: per esempio, il fatto che l’italiano sia la lingua ufficiale della Chiesa cattolica. Per esempio il fatto che l’italiano sia la vera lingua franca dei critici d’arte e dei direttori dei musei, che non riescono a considerarsi tali se non hanno compiuto studi in Italia, e che discorrono in italiano in qualsiasi parte del mondo si ritrovino, a Hong Kong o a Vancouver. Questo aneddoto mi è stato raccontato da una esponente del nostro Ministero degli Esteri, e l’ho trovato incantevole.
È proprio il Ministero degli Esteri a sottolineare che la nostra lingua è un importante strumento di potere morbido. Il concetto di soft power è stato formulato dal politologo Joseph Nye, docente ad Harvard, alla fine degli anni 80. Riguarda la capacità di esercitare influenza per ottenere i risultati voluti, anche senza esprimere potenza economica o militare.
Ed eccoci tornati alla seduzione. C’è una classifica internazionale del soft power, e nel 2016 l’Italia è undicesima, e sta guadagnando posizioni. Anche grazie alla bella lingua, e all’attrazione che suscita”. 

Esiste ancora questo fascino sul territorio nazionale? Cioè gli italiani amano la loro lingua?

“Alcuni italiani amano (e molto) la loro lingua. Ma non tutti. D’altra parte, una caratteristica deteriore del nostro comportamento nazionale consiste proprio nel sottovalutare sistematicamente quanto di bello e prezioso ci appartiene, spesso rinunciando a preservarlo e a valorizzarlo in maniera adeguata. Ma ho l’impressione che, anche se assai lentamente, la sensibilità diffusa si stia modificando, e che le persone comincino da una parte a prestare più attenzione al tema linguistico, dall’altra a manifestare più apertamente insofferenza nei confronti, per esempio, dell’itanglese: l’uso inutile ed esagerato di termini inglesi perfettamente sostituibili con corrispondenti termini italiani”.

Come si fa a spiegare dunque l’invasione degli anglicismi nella lingua italiana, persino da parte del governo? Lo slogan “inglese, internet, impresa” che come progetto educativo fu seppellito, persiste nel contesto socioculturale?

“La cosa curiosa è che gli italiani, che pure straparlano in itanglese, parlano molto poco le lingue straniere, inglese compreso. Cito solo alcuni dati Istat, tratti dal recente libro L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione: solo il 14,5 per cento degli italiani ha una conoscenza buona o ottima dell’inglese. Il 33,5 per cento ha una conoscenza appena sufficiente o scarsa. Il 50,4 per cento degli italiani non parla inglese per nulla. Il resto non risponde nemmeno.
Se teniamo conto di questi dati, capiamo bene che usare termini inglesi nei documenti ufficiali, o per nominare nuove leggi, è un fatto intrinsecamente antidemocratico, nella misura in cui impedisce a una larga parte dei cittadini di avere un’adeguata comprensione dei testi.
La cosa positiva, invece, è che l’uso dell’itanglese viene sempre meno visto come segno di modernità, internazionalità e cosmopolitismo, e sempre più come indizio di provincialismo, e di voglia di pavoneggiarsi e di gettare fumo negli occhi. E anche come segno di scarsa conoscenza del significato dei termini inglesi. Governo e ministeri sono stati aspramente criticati da molti per l’abuso dei termini inglesi”.

A proposito della campagna #dilloinitaliano. Siamo a due anni dal lancio della petizione, la quale aveva raggiunto velocemente il suo traguardo. Sono partite le iniziative? I risultati finora quali sono?

“Qualche risultato c’è stato: le firme sono state consegnate al Presidente Mattarella. L’Accademia della Crusca ha dato vita al Gruppo Incipit, il cui obiettivo è tenere sotto controllo i forestierismi di nuovo arrivo impiegati nell’ambito della vita civile e sociale, e individuare e proporre valide alternative italiane. Sono onorata di essere stata chiamata a farne parte.
La Corte Costituzionale ha di recente deliberato che le università non possono offrire corsi di laurea specialistica esclusivamente in inglese. Questo è un risultato importante, perché l’italiano è parte dell’identità sia individuale sia professionale: studiando la propria disciplina solo in inglese, i ragazzi si sarebbero trovati a perdere l’intero bagaglio dei termini specialistici italiani, e questo sarebbe stato un grosso danno, oltre che una fonte di infiniti possibili equivoci.
E ancora: sono usciti o stanno uscendo diversi libri che riprendono, ampliano e consolidano i temi e lo spirito della petizione.
Rispetto al nulla che c’era prima, è già qualcosa. Ovviamente non basta.
C’è, in fase avanzata di studio, un nuovo progetto che potrebbe aiutare a cambiare le cose, e che vede protagonista il gruppo Incipit. Mi auguro che si troveranno i fondi necessari a vararlo: dopotutto, basterebbe una cifra piuttosto contenuta”.

Ad ottobre agli Stati Generali, durante la tavola rotonda a cui ha partecipato con Andrea Illy (illycaffè), Olivier François (Fiat Chrysler), Clément Vachon (San Pellegrino) e Leo Gavazza (Bulgari), moderata da Beppe Severgnini, si cercava di sfidare le imprese proponendo di stabilire un manuale d’uso della lingua italiana nelle pubblicità. Sta prendendo piede questa proposta? Come si fa a cambiare le strategie delle imprese del marchio “Made in Italy”?

Attenzione: è un gelato da consumarsi a casa, e quindi palesemente rivolto non al pubblico dei turisti, ma a quello dei residenti milanesi. Escludendo il marchio “Magnum”, sulle 9 restanti parole ce n’è solo una (“nuova”) in italiano. E, se si tengono presenti i dati sulla conoscenza dell’inglese ricordati poco sopra, viene davvero da domandarsi il perché di questa scelta.
Tra l’altro: promuovere il buon italiano per i nomi dei prodotti del Made in Italy e per la loro comunicazione sarebbe anche un modo per contrastare il fenomeno dell’italian sounding: prodotti fintamente italiani, con nomi e confezioni fintamente italiane, venduti in tutto il mondo. È un mercato che, solo per il settore alimentare, vale 60 miliardi.
Ma val la pena di ricordare anche una nota positiva. Di recente Altagamma, l’associazione che raccoglie le imprese eccellenti italiane e le aiuta a fare rete, a crescere e a promuoversi nel mondo, ha deciso di affiancare al proprio nome una definizione in italiano, ed è un bel successo: Altagamma, cultura e creatività italiana”.

Ora ribaltiamo la situazione. Qualche mese fa avevo indagato gli italianismi presenti nelle attività (non compreso il settore cibo) a New York e ho presentato una guida semiseria alla lingua italiana, scoprendo che per chi vuole fare affari in zona sarebbe utile sapere l’italiano. Secondo lei, l’uso della lingua italiana a New York, in particolare da parte di chi non è italiano, cosa significa per la lingua italiana? Si nutre grande speranza che la lingua così amata all’estero possa essere salvata, e può darsi saranno gli stranieri a farlo?

“Già sarebbe interessante ricordare agli italiani provinciali ed esterofili che “a New York risuonano parole italiane”. In ogni caso, l’interesse degli stranieri per la nostra lingua è d’aiuto per mille motivi. Perché siamo molto attenti a quel che di noi si pensa all’estero. Perché siamo pronti a far nostre le mode, e se parlare in buon italiano diventasse di moda, ci adegueremmo”.

Un’ultima provocazione… insomma, pensare in italiano rende forse più creativi?

“Posso dirle che ogni lingua dà una forma speciale al pensiero. Sono le parole con cui nominiamo le cose, e le strutture linguistiche in cui inseriamo le parole, a guidare la cognizione, l’intuizione, l’associazione delle idee e l’invenzione.
Questo, da una parte, significa che poter pensare in più lingue (ma conoscendo bene ciascuna lingua!) può moltiplicare le prospettive creative. E che pensare in italiano può orientare e determinare anche lo specifico modo italiano di progettare e di inventare”.

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Il bilinguismo plasma la nostra concezione del tempo

Per esprimere la durata del tempo, lingue differenti ricorrono a rappresentazioni mentali diverse, basate sulla distanza o sul volume. Una barriera che le persone bilingui non avvertono

di DAVIDE MICHIELIN

Se  siete inglesi, quella dedicata al caffè sarà una pausa ‘breve’. Se invece siete spagnoli, o italiani, definirete lo stesso intervallo come una ‘piccola’ pausa. Ciò che potrebbe sembrare un dettaglio non influente, nasconde una diversa concezione del tempo che, radicata nel linguaggio, influenza la nostra intera percezione.

A sostenerlo, uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Psychology da Panos Athanasopoulos, professore di Linguistica all’Università di Lancaster, e il collega Emanuel Bylund dell’Università di Stoccolma basato su soggetti bilingui.

Il cervello dei bilingui è abituato a saltare rapidamente da un vocabolario all’altro, spesso inconsciamente, in un fenomeno chiamato “code-switching”. Tuttavia, lingue diverse possono basarsi su punti di vista differenti che condizionano l’organizzazione di ciò che ci circonda. I ricercatori si sono perciò interrogati se la transizione da una lingua all’altra comporti in questi soggetti anche un cambio di prospettiva. I ricercatori si sono concentrati sulla diversa rappresentazione dello scorrere del tempo, sottoponendo alcuni volontari bilingui per lo svedese e lo spagnolo a una serie di esperimenti.

Al pari degli inglesi, gli svedesi percepiscono il trascorrere del tempo come uno spostamento spaziale. Linguisticamente, la durata degli eventi fa perciò riferimento a distanze fisiche come appunto, una ‘breve’ pausa oppure un ‘lungo’ matrimonio. Così non è per spagnoli, greci e italiani che associano la durata a un aumento di volume, preferendo formule come ‘piccola’ pausa e ‘grande’ matrimonio’.

Negli esperimenti, i soggetti bilingui dovevano quantificare la durata di un intervallo di tempo basandosi sul progressivo allungamento di una linea oppure sul graduale riempimento di un volume, entrambi proiettati su uno schermo ma non necessariamente sincronizzati tra loro. Le istruzioni erano fornite in spagnolo, attraverso il comando ‘Duración’, oppure in svedese, attraverso la parola ‘Tid’ che significano entrambi ‘durata’.

Quando il comando era dato in spagnolo, i volontari basavano la propria stima sul riempimento del contenitore, senza essere influenzati dalla progressione della linea. Viceversa, se il segnale era fornito in svedese, essi erano portati a valutare l’avanzamento della linea, ignorando il contenitore.

“Che i bilingui saltino, inconsciamente e senza sforzo, tra metodi diversi di stimare il tempo dimostra la facilità con cui il linguaggio può insinuarsi nei nostri sensi più elementari” ha spiegato Athanasopoulos. Secondo i ricercatori, questi risultati sono la prova che il code-switching non si limita alla flessibilità del linguaggio ma, a seconda del contesto, comporta pure la transizione tra dimensioni percettive differenti.

“Lo studio di Athanasopoulos conferma l’importanza del linguaggio anche dal punto di vista cognitivo e la capacità che esso ha di plasmare la nostra mente” commenta Maria Vender, ricercatrice in Psicolinguistica all’Università di Verona. “L’essere costantemente esposti a due sistemi linguistici porta il bilingue, da un lato a sviluppare una sensibilità più sofisticata alle strutture della lingua, e dall’altro a dover costantemente inibire la lingua che non sta utilizzando in un dato momento”.

In questa ottica, il bilinguismo rappresenta un’esperienza preziosa e in grado di modificare la struttura della nostra mente, il nostro modo di pensare, percepire, reagire agli stimoli, passare rapidamente da un compito all’altro, subendo in misura minore l’interferenza di stimoli irrilevanti. “Questa flessibilità cognitiva sembra conferire una maggiore abilità di concentrarsi solamente sugli stimoli rilevanti nonché una migliore efficienza nel passare da un compito all’altro” conclude Vender.

(Repubblica.it 29/5/2017)

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Parlo, dunque comunico? Ecco cosa succede quando proviamo a comunicare

Siamo coscienti di quello che succede nella nostra mente, quando proviamo a comunicare?
Tante parole possono dire poco. Allo stesso modo, poche parole, usate con cura, possono essere dense di significato. Noi abbiamo scelto la seconda opzione.
E abbiamo scelto di spiegarvelo con le parole di Bernard Werber, autore e giornalista francese.
Come lui, siamo convinti che alla base di ogni comunicazione ci sia quello che potremmo definire “paradosso comunicativo“.
Perché:

“Tra
Quello che penso
Quello che voglio dire
Quello che credo di dire
Quello che dico
Quello che vuoi sentire
Quello che credi di sentire
Quello che senti
Quello che vuoi capire
Quello che credi di capire
Quello che capisci

ci sono dieci possibilità di avere difficoltà a comunicare.
Ma proviamoci ugualmente…”

(liberamente tradotto da: “Nouvelle encyclopédie du savoir relatif e absolu”, Editions Albin Michel, 2009)

La comunicazione è un atto di coraggio!

by Redazione Discentes

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Il potere morbido della lingua italiana

L’italiano, lingua degli angeli per Thomas Mann, è la lingua più romantica del mondo secondo un sondaggio di qualche anno fa rivolto a 320 linguisti dall’azienda londinese Today translations, che offre traduzioni e interpreti in oltre 200 lingue.

Questa è in sé una notiziola curiosa e niente più, ma ci aiuta a prendere in considerazione una questione più generale, e degna di nota. La lingua italiana è, per gli stranieri, sommamente attrattiva: non a caso è la quarta (o quinta) lingua più studiata al mondo. Per capire che cosa della nostra lingua piace così tanto basta scorrere una delle molte liste di ragioni per imparare l’italiano che si trovano in rete.

Per esempio, la lista pubblicata dall’università di Princeton dice in primo luogo che l’italiano è sonoro e bellissimo, ed è la lingua di riferimento per chi ama l’arte, la musica, l’architettura, l’opera, il cibo… molte delle cose piacevoli della vita, insomma.

Dice che l’italiano è la lingua più vicina al latino, e che il 60 per cento del vocabolario inglese deriva dal latino: quindi imparare l’italiano aiuta anche a parlare meglio l’inglese. E ricorda che nelle università statunitensi le iscrizioni ai corsi di lingua italiana stanno crescendo.

L’attrattività di una lingua non è strettamente proporzionale alla numerosità dei parlanti. “Studiare l’italiano non è come studiare l’urdu, diciannovesima lingua più parlata al mondo (l’italiano è diciottesimo)”, dice Dianne Hales, autrice di La bella lingua. Con l’italiano “entri in contatto con la storia, l’arte, la religione, la musica, il cibo, la moda, il cinema, la scienza – tutto ciò che la civiltà occidentale ha inventato”.

Sembra però che a noi italiani, che (più o meno) parliamo italiano da sempre, di tutto questo importi poco.

Usare il soft power permette di ottenere risultati ‘risparmiando sia i bastoni, sia le carote’

Del resto, una nota caratteristica del comportamento nazionale consiste nel sottovalutare sistematicamente ciò che di bello e desiderabile ci appartiene, dal paesaggio all’arte allo stile di vita, dalla creatività all’intraprendenza, alla lingua, appunto, rinunciando quindi a valorizzarlo in maniera adeguata. Rinunciando, poi, a praticare le indispensabili opere di manutenzione, materiali e immateriali. E rinunciando perfino a essere, giustamente, orgogliosi.

Ci converrebbe cambiare atteggiamento, però.

Il fatto è che la capacità attrattiva di una lingua è un importante fattore di soft power. I paesi anglofoni lo sanno fin dai tempi della guerra fredda. Lo sa la Cina, che sta facendo grandi sforzi per diffondere lo studio del cinese. E la faccenda del soft powerè tutt’altro che banale.

Soft power non ha, per ora, una traduzione accreditata. In rete ho trovato “potere morbido”, “potere leggero”, “potere pacifico” e perfino “potere soffice”. Qui scelgo di usare “potere morbido” in alternanza con l’assai più diffuso termine inglese.

Il concetto di soft power è stato formulato verso la fine degli anni ottanta da Joseph Nye, politologo e docente ad Harvard. In una brillante Ted conference, Nye definisce il potere come “nient’altro che la possibilità di influenzare gli altri per ottenere i risultati voluti”.

Si può esercitare potere, dice Nye, in tre modi: con il bastone, cioè minacciando e usando la forza. Con la carota, cioè usando il denaro. Ma c’è un terzo modo: convincere gli altri a desiderare spontaneamente di fare quello che vogliamo che facciano. E questo è soft power: pura capacità seduttiva. Se l’hard power della forza muove la gente a spintoni, il soft power la attira suscitandone il consenso.

In sostanza, il concetto di soft power ci fa capire che la seduzione è tanto potente quanto la coercizione o il denaro. E forse ancora più potente, perché più sottile e permanente. Nye aggiunge che usare il soft power permette di ottenere risultati “risparmiando sia i bastoni, sia le carote”.

Percezione e conoscenza
Poiché il soft power è fatto di reputazione e di desiderabilità, una nazione lo può esercitare in modo efficace perfino senza essere una grande potenza economica o militare. Esiste una classifica internazionale del soft power: nel 2016 l’Italia è undicesima, prima della Spagna e dopo i Paesi Bassi, e sta guadagnando posizioni.

Promuovere la lingua italiana (e magari cominciare a trattarla meglio, anche in patria) può aiutarci ad avere prestigio nel mondo e ad accrescere il nostro soft power. E, diciamolo: per l’Italia promuovere l’italiano, già in sé così desiderabile, è molto più facile di quanto non sia per il Pakistan promuovere l’urdu. O per la Cina promuovere il cinese.

Ma non solo: promuovere l’italiano può aiutare le nostre imprese a diffondere e difendere i loro prodotti all’estero, posizionandoli nel segmento alto di gamma per il solo fatto di essere autenticamente italiani. Promuovere l’italiano (e usarlo per i nomi dei prodotti, per la pubblicità, per i marchi…) aiuta anche a contrastare il fenomeno deteriore dell’italian sounding: prodotti fatti all’estero, che si vestono di italianità proprio “parlando” italiano. È uno scherzo che vale 60 miliardi di euro e 300mila posti di lavoro.

La percezione è (anche) un fatto cognitivo, e non solo sensoriale.

Vuol dire che è influenzata da quanto ogni persona crede, pensa e sa, e dalle aspettative che ha. Per questo, nel mondo, l’aroma di un caffè con un nome italiano è percepito come migliore, un abito con un marchio italiano appare più elegante, un oggetto con un nome italiano appare più bello, un’auto con un nome italiano appare più desiderabile. Le aziende straniere lo sanno, e sarebbe meglio se anche le aziende italiane se ne ricordassero sempre.

Di tutto questo – e immagino, di molto altro – si parlerà nel corso della seconda edizione degli Stati generali della lingua italiana nel mondo. Chi vuole, può seguire in diretta l’intera manifestazione sul sito esteri.it. Chi vuole, può anche dare un’occhiata al neonato portale della lingua italiana.

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Parole del futuro: tra post verità e nuove tecnologie

Internet ha cambiato la lingua italiana che è diventata globale e iconica. E per impararla occorre tornare sui banchi di scuola. Changes ne ha parlato con Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca

La lingua italiana è la più studiata nel mondo dopo inglese, spagnolo e cinese secondo una ricerca della Farnesina ma gli italiani sembrano essersi dimenticati come si parla e, soprattutto, come si scrive. Tanto che un gruppo di docenti universitari, accademici della Crusca, filosofi ed economisti – tra cui Massimo Cacciari, Ilvo Diamanti, Carlo Fusaro e Paola Mastracola – hanno denunciato con una lettera al Governo italiano la situazione di semi-analfabetismo in cui versano gli studenti universitari italiani colpevoli di scrivere male, leggere poco ed esprimersi ancora peggio.

Il punto è proprio lo studio dell’italiano e l’influenza che le nuove tecnologie e i nuovi media hanno avuto e hanno sull’evoluzione del linguaggio parlato e scritto. «Oltre a cercare di tenere in vita lo studio dell’italiano fuori dei nostri confini nazionali, appoggiandolo all’esportazione di nostri “prodotti”, per la vitalità della lingua deve contare ancor più un suo uso saldo ed efficace all’interno della comunità nazionale», ha detto a Changes Francesco Sabatini, linguista, filologo e lessicografo, presidente onorario dell’Accademia della Crusca e autore del manuale Lezioni di italiano (Mondadori) . «Il concetto di “terza” o “quarta” o “quinta” lingua più studiata nel mondo fuori dei propri confini nazionali non è affatto chiaro. Fino a una decina o quindicina di anni fa, chi in Europa o in America studiava una o più lingue straniere metteva in fila le più note cinque lingue di cultura d’Europa (inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco), ma restava sempre da vedere quale percentuale numerica spettava alla penultima o all’ultima (3 o 4 o 5%)», ha detto Sabatini. «Negli ultimi tempi sono entrate in gara, a livello planetario, anche russo, portoghese, arabo, cinese. È probabile che di qui a qualche anno il numero di coloro che studieranno una di queste altre lingue, fuori dei confini della patria di origine, supererà di molto quello di chi studia l’italiano».

Insomma, litaliano anche fuori dai confini rischia di diventare una lingua residuale nel tempo. Ma il dibattito su quale sarà la lingua del futuro e quali le parole che useremo nel quotidiano è aperto e vivissimo, proprio a causa dell’irrompere delle nuove tecnologie che hanno dato vita a un “italiano digitale”. Lo dimostra il Convegno dal titolo Parole O_Stili dove, il 17 e 18 febbraio 2016 a Trieste, in ben nove panel di discussione è aperto il confronto sul linguaggio e lo stile con il quale stare su Internet.

Nell’arco di pochi mesi l’iniziativa ha raccolto l’adesione di oltre 300 tra comunicatori, politici, docenti, influencer della Rete e professionisti della comunicazione. «Parole O_Stili nasce dalle riflessioni di alcuni professionisti della Rete stanchi di dover lottare ogni giorno contro un clima respingente e aggressivo, dove il confronto lascia il passo all’aggressività e all’offesa», ha detto a Changes Rosy Russo, ideatrice del progetto e del convegno di Trieste. «Noi siamo convinti che sia possibile cambiare lo stile con il quale viviamo le nostre relazioni digitali attraverso un uso accurato delle parole e abbiamo deciso di fare qualcosa di concreto per diffondere il virus positivo dello “scelgo le parole con cura”. Non vogliamo stigmatizzare dei comportamenti o evocare censure ma creare consapevolezza e sensibilità sul tema dell’ostilità nel linguaggio».

Italiano del futuro: accanto a nuove parole colte convivono gli emoticon

Al termine della discussione, alla presenza della Presidente della Camera Laura Boldrini, a Trieste è attesa la presentazione del Manifesto della comunicazione non ostile, una carta che raccoglierà gli spunti e le riflessioni raccolti online, con l’ambizione di arginare e combattere le pratiche e i linguaggi negativi della Rete. Il lavoro degli esperti digitali e di comunicazione riuniti a Trieste ha riportato in primo piano la difficoltà e la necessità di trovare punti di riferimento affidabili in una società soverchiata dall’eccesso di dati e informazioni. Diventa più facile comprendere le parole del sociologo Derrick De Kerckhove quando dice che nel futuro sarà sempre più importante farsi le domande giuste; e non si può non concordare con il linguista, scomparso a inizio 2017, Tullio De Mauro, che, invece, insisteva sulla lucidità del pensiero applicata alla parola, anche nell’accuratezza della scelta.

Si ha l’impressione che solo il rigore e l’onestà intellettuale possano salvare un’umanità schiacciata tra la fatica (talvolta l’impossibilità) di verificare  le proprie fonti di conoscenza nell’era della post verità e l’incapacità di generare pensiero critico attraverso l’uso consapevole del linguaggio. «La scuola, dove si sviluppano le competenze linguistiche di tutti gli individui, dovrebbe rendere più evidente ed esplicita la nozione che il “pensar bene” è fortemente legato al dominio della lingua verbale, orale e scritta», ha sottolineato Sabatini. «Gli altri linguaggi, per quanto espressivi o immediati, non forniscono lo stesso supporto alla formazione e comunicazione di pensieri articolati e complessi. Vale per ogni forma di conoscenza (di sé, degli altri, del mondo) ciò che Condillac disse della scienza (intesa appunto largamente): “scienza è una lingua ben costruita».

Le molte pressioni che l’uso della lingua comune subisce per effetto della velocità immessa dalle tecnologie dell’ultimo secolo (o, un po’ più indietro, dall’invenzione del telegrafo e del telefono) hanno, da una parte, diffuso sempre più una lingua più ridotta, dall’altra accresciuto la circolazione di parole di ogni provenienza. «Perché questi nuovi fattori di cambiamento non corrodano lo spessore e la resistenza della lingua occorre un’azione di sempre maggiore consapevolezza rivolta soprattutto alle generazioni che per natura “vanno più avanti”. Nasce da questa situazione la necessità di una scolarizzazione più lunga, più intensa e più attrezzata», ha detto Sabatini.

La necessità di una scolarizzazione più lunga si avverte ancora più pressante quando, in cicli economici stagnanti o depressivi, le parti sociali più danneggiate rallentano la propria evoluzione linguistica: il linguaggio si impoverisce e l’approccio alla conoscenza si semplifica «I processi economici in generale, e in particolare i rapidi cambiamenti nel mondo dell’economia influiscono sull’uso della lingua soprattutto perché creano movimenti nella struttura sociale, possono cioè avvicinare o distanziare tra loro gli strati sociali preesistenti, con i conseguenti riflessi nelle loro condizioni culturali e quindi anche nelle loro abitudini linguistiche», ha specificato Sabatini. «La maggiore diffusione della ricchezza avvicina le classi sociali in tutti i loro comportamenti, mentre la concentrazione della ricchezza porta a tipi di vita diversi. Nella lingua tutto ciò si riflette automaticamente, anche se i processi richiedono del tempo».

Nell’analisi che il presidente onorario della Crusca fa dell’italiano ai tempi del digitale, emerge come non ci siano dubbi sul fatto che l’uso dei mezzi digitali e la comunicazione che viaggia su di essi abbia prodotto dei fenomeni di unificazione linguistica. L’uso del cellulare, per esempio, accomuna individui di ogni stato sociale e Paesi diversi come forse non era mai accaduto prima. «Le differenze linguistiche si spostano in altri campi: l’acquisto di una cultura più ampia, meno connessa con la tecnologia, più “disinteressata” come ad esempio l’apprendimento di più lingue – meta non raggiungibile da tutti – o di un linguaggio più sofisticato», ha sottolineato Sabbatini. «Proprio le cosiddette “parole del futuro” campionate da Tullio De Mauro (come flessicurezza, captologia, e così via.) sono appannaggio di persone colte e disposte a fare confronti e indagini sul loro retroterra in altre lingue, sull’intenzione di chi le usa, e così via».

Accanto a “parole del futuro” colte ci sono evidenti segnali di involuzione linguistica e il ritorno a forme di comunicazione più “accessibili”, come l’oralità, con i messaggi vocali, le immagini e i video. Dobbiamo credere che l’immagine tornerà ad avere il sopravvento sulla parola? «Le nuove tecnologie della comunicazione a distanza hanno potenziato, di volta in volta, secondo le caratteristiche del mezzo, ora l’oralità, ora la scrittura», ha aggiunto Sabatini. «Telefono, radio, cinema e televisione hanno potenziato al massimo l’oralità e l’immagine (parlante). Le tecnologie informatiche hanno riportato in valore la scrittura. Il computer ha creato una folla di cosiddetti scrittori». La lingua scritta, dunque, è ancora considerata un valore, anche ai tempi dei digital influencer, che si tratti di rappresentare la realtà o soltanto qualcosa di verosimile.

14/02/17

(- See more at: http://www.changes.unipol.it/society/Pagine/lingua-italiana.aspx#sthash.ovS4uBtN.dpuf)

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